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Non si arresta la corsa del greggio. Il progressivo riallargarsi del conflitto in Medio Oriente, dopo la tregua dello scorso giugno, riporta sotto pressione il mercato petrolifero e riaccende il premio per il rischio geopolitico incorporato nelle quotazioni del greggio.
In mattinata, il future sul Brent guadagna il 4% e sale a 94,71 dollari al barile, riportandosi sui livelli di inizio giugno, precedenti all’annuncio del Memorandum of Understanding che aveva formalizzato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. In forte rialzo anche il West Texas Intermediate (Wti), che avanza del 3,8% a 87,6 dollari al barile.
Il recupero delle quotazioni riflette il timore degli operatori che l’escalation militare possa compromettere la sicurezza delle principali rotte energetiche mondiali, con possibili ripercussioni sull’offerta globale di petrolio.
Effetti immediati sui carburanti: diesel ai massimi da aprile
Il rialzo del greggio si riflette già sui prezzi dei carburanti in Italia. Con il Brent stabilmente sopra i 90 dollari e le quotazioni dei prodotti raffinati in forte crescita, continua la corsa dei listini alla pompa.
Nella giornata di oggi, mercoledì 22 luglio, il prezzo medio nazionale in modalità self service raggiunge 1,949 euro al litro per la benzina, in aumento di 7 millesimi rispetto alla rilevazione precedente, livello più elevato dalla fine di maggio. Il gasolio sale invece a 2,124 euro al litro (+17 millesimi), massimo da metà aprile.
Restano sostanzialmente stabili il Gpl, a 0,745 euro al litro, mentre il metano cresce a 1,581 euro al chilogrammo (+5 millesimi).
Sulla rete autostradale i prezzi risultano ancora più elevati: la benzina self raggiunge in media 2,040 euro al litro, il diesel 2,196 euro, il Gpl 0,879 euro al litro e il metano 1,592 euro al chilogrammo.
Nuovi attacchi e tensione crescente tra Teheran e Washington
L’accelerazione dei prezzi coincide con una nuova fase di intensificazione del conflitto. Nelle ultime ore Teheran ha proseguito gli attacchi contro installazioni militari statunitensi in Medio Oriente, colpendo le basi di Muwaffaq Salti ad Azraq, in Giordania, e quella di Isa, in Bahrein.
Parallelamente, i vertici militari della Repubblica islamica hanno ribadito la disponibilità a colpire nuovamente gli alleati degli Stati Uniti nel caso in cui Washington dovesse ordinare nuovi bombardamenti contro gli impianti nucleari iraniani.
Dal fronte americano il segretario di Stato Marco Rubio ha accusato Teheran di non voler realmente perseguire una soluzione diplomatica.
“Siamo sempre stati impegnati sulla strada della diplomazia, ma il problema è che l’Iran non prende sul serio i negoziati. Se saranno seri, lo saremo anche noi. In caso contrario faremo tutto il necessario per proteggere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati”, ha dichiarato a margine della riunione dei ministri degli Esteri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) a Manila.
Rubio ha inoltre avvertito che consentire all’Iran di controllare lo Stretto di Hormuz costituirebbe un precedente pericoloso.
“Se accettiamo che uno Stato possa decidere di controllare una via marittima internazionale, imporre pedaggi e colpire le navi che non li pagano, creeremmo un precedente destinato a ripetersi in altre aree del mondo”
A rendere ancora più nervosi gli operatori è il rischio che la crisi coinvolga contemporaneamente i due principali corridoi del commercio energetico mondiale. Da un lato l’Iran continua a minacciare restrizioni al traffico nello Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per una quota rilevante delle esportazioni di greggio del Golfo Persico. Dall’altro, nel Mar Rosso, gli Houthi yemeniti, sostenuti da Teheran e controllori della costa affacciata sullo stretto di Bab el-Mandeb, hanno annunciato un blocco navale nei confronti dell’Arabia Saudita, aprendo un nuovo fronte di instabilità. Il clima di tensione ha già prodotto i primi effetti sui traffici commerciali.
Tre petroliere cariche di greggio saudita e dirette verso l’Asia hanno invertito la rotta nel Mar Rosso, apparentemente in risposta alle minacce degli Houthi. Una circostanza che rafforza i timori di possibili interruzioni delle forniture e di un aumento dei costi logistici lungo una delle principali vie marittime mondiali. Nonostante il deterioramento della situazione militare, i canali diplomatici non risultano del tutto chiusi.
Secondo fonti iraniane, Teheran avrebbe ricevuto dai mediatori una proposta per un cessate il fuoco di dieci giorni con l’obiettivo di salvaguardare l’accordo provvisorio raggiunto a giugno tra Stati Uniti e Iran, che aveva sostituito una precedente tregua siglata in aprile.
Negli Stati Uniti cresce il costo economico e politico della guerra
L’escalation pesa (e non poco) anche sul bilancio americano. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha quantificato in 37,5 miliardi di dollari il costo sostenuto finora dagli Stati Uniti per il conflitto con l’Iran, cifra che comprende sia le operazioni militari già effettuate sia le spese previste fino al termine dell’anno fiscale, il 30 settembre.
Come se non bastasse, l’amministrazione Trump ha inoltre chiesto al Congresso quasi 90 miliardi di dollari di nuovi stanziamenti, in larga parte destinati al conflitto, alimentando lo scontro politico a pochi mesi dalle elezioni di medio termine. Democratici ma anche una parte degli stessi repubblicani contestano alla Casa Bianca la scarsa trasparenza nella gestione della guerra e dei suoi costi, mentre nei sondaggi aumenta il peso del tema dell’inflazione e del caro energia tra le principali preoccupazioni degli elettori.