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Piazza Affari, il Ftse Mib prova a cambiare pelle: i settori che avanzano

Per anni a Piazza Affari il FTSE MIB è stato descritto con una formula quasi immutabile: banche, dividendi, tassi d’interesse. Lo spauracchio degli investitori growth, il paradiso dei cassettisti. Un listino percepito prigioniero di una monocultura bancaria, apprezzato quasi esclusivamente per la generosità delle cedole. Ebbene, quella formula non è ancora tramontata, ma per la prima volta secondo Gabriel Debach, market analyst di eToro, “il FTSE MIB sta almeno tentando di smettere di essere soltanto quello”.
A dirlo sono i numeri del primo quadrimestre 2026. Il comparto bancario pesa ancora il 37,48% dell’intero indice, con UniCredit e Intesa Sanpaolo che insieme rappresentano oltre il 27% della capitalizzazione. Il dividend yield si attesta al 4,23%.

STM, l’ariete della svolta

Il segnale più dirompente è l’ascesa di STMicroelectronics. A fine dicembre 2025 il comparto tecnologico pesava appena il 2,27% del FTSE MIB, con una capitalizzazione di 14,4 miliardi. Ad aprile 2026 quella quota è quasi raddoppiata, toccando il 4,30%. STM, unico titolo tech del listino, ne è il protagonista assoluto. “La società non è più solo una componente del listino”, scrive Debach, “ma è diventata l’ariete che ha scardinato la vecchia gerarchia settoriale”.

Il mese di aprile ha reso tutto più visibile. Il FTSE MIB ha chiuso con un rialzo vicino al 9%, la miglior performance mensile da gennaio 2023. Ma l’analista di eToro sottolinea che ciò che colpisce non è solo la forza del movimento, quanto la sua composizione interna: STM ha contribuito da sola per circa 177 punti base, quasi il 20% dell’intero rialzo, mentre Prysmian ne ha aggiunti altri 137. Insieme, due titoli con un peso aggregato di poco superiore al 7% hanno spiegato oltre un terzo della corsa di aprile.

UniCredit e Intesa Sanpaolo sono rimaste il cuore pulsante del listino, entrambe in rialzo a doppia cifra con quasi 150 punti base di contributo ciascuna. Ma, osserva Debach, «questa volta il rally non è stato soltanto una storia di banche. Tecnologia e industriali sono tornati a condividere il palco, segnale di un mercato più largo, più partecipato e meno dipendente da un’unica narrativa settoriale».

Marzo, lo stress test

A rendere più solida la tesi della diversificazione è stato paradossalmente marzo, il mese della correzione. Il FTSE MIB ha ceduto oltre il 6%, trascinato dal crollo dei bancari: UniCredit ha sottratto 237 punti base alla performance mensile, Intesa altri 155. Ma mentre i giganti del credito affondavano, Eni metteva a segno un rialzo del 26%. Debach riconosce che non è stato abbastanza da neutralizzare il peso dei finanziari, ma parla comunque di una prova importante: il mercato ha mostrato “una seconda gamba”.

Energia, industriali e il declino dell’auto

Oltre alla tecnologia, è il settore energia a registrare la crescita più marcata: da 52,8 miliardi di dicembre a quasi 74 miliardi ad aprile, con il peso sull’indice che sale dall’8,3% al 10,7%. Eni, rileva l’analista, è diventata a fine gennaio il quarto titolo del listino per capitalizzazione, superando Ferrari e Generali. Anche gli industriali avanzano, con Prysmian e Leonardo sempre più centrali e il comparto che passa da circa 51,7 miliardi a oltre 64 miliardi.

Sul fronte opposto, il settore automotive «continua a perdere centralità all’interno del mercato italiano». Un anno fa la capitalizzazione aggregata sfiorava i 68 miliardi, circa il 12,3% del FTSE MIB. Oggi, anche per effetto dell’uscita di Stellantis dalla top ten e del ridimensionamento relativo di Ferrari, scivolata dal quinto al settimo posto, il valore si è ridotto a circa 48 miliardi, poco più del 7% dell’indice.

La soglia dei 25 anni

Sullo sfondo di questa trasformazione torna a farsi sentire un numero che mancava da un quarto di secolo: 50.109 punti, il massimo storico del 6 marzo 2000. Debach lo evoca con un’immagine da romanzo di mare: “come i marinai che dopo mesi in mare iniziavano a gridare Terra!, anche il mercato italiano torna finalmente a intravedere un livello rimasto irraggiungibile per oltre venticinque anni”.

Non è solo una soglia tecnica o psicologica, aggiunge l’analista. È il simbolo di un listino che prova, lentamente, a farsi premiare non soltanto per i dividendi distribuiti ma anche per la crescita del capitale. Lo conferma il dividend yield in calo dal 4,46% di dicembre al 4,23% di aprile: non perché le cedole siano diminuite, ma perché i prezzi sono saliti più in fretta.

Il FTSE MIB del 2026, conclude Debach, “non ha rinnegato la propria natura, ancora concentrato, ancora profondamente bancario, ancora fortemente esposto a utilities ed energia”. Ma accanto alla storica anima finanziaria sta costruendo una seconda gamba fatta di semiconduttori, infrastrutture elettriche, difesa ed energia. Una metamorfosi silenziosa, appunto. Ma reale.