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Oro, perchè le quotazioni stanno scendendo con una guerra in corso

Il mercato dell’oro sorprende ancora una volta gli investitori, muovendosi in controtendenza rispetto a quella che, storicamente, è la sua funzione di bene rifugio. Dopo la breve ripresa registrata ieri, oggi il metallo giallo è tornato a scendere in modo deciso.

Il contratto futures con scadenza a giugno ha perso il 2,33%, scivolando a 4.478,5 dollari l’oncia. Anche il prezzo spot ha seguito lo stesso andamento, registrando un ribasso dell’1% fino a quota 4.458,6 dollari. Un movimento che, a prima vista, appare controintuitivo. In presenza di tensioni geopolitiche e di un conflitto in corso, ci si aspetterebbe infatti una corsa verso i beni rifugio. E invece l’oro arretra. Per capire cosa sta accadendo, bisogna guardare più in profondità alle dinamiche macroeconomiche che stanno guidando i mercati.

Un calo che non contraddice il ruolo dell’oro

A fornire una chiave di lettura è Gabriel Debach, market analyst di eToro, che parte proprio da questa apparente contraddizione: se l’oro è considerato un bene rifugio, perché il suo prezzo scende durante una fase di tensione internazionale? “La dinamica attuale non rappresenta una rottura del ruolo storico dell’oro, ma piuttosto una sua reinterpretazione”, spiega Debach. “L’oro non ha perso la sua funzione di rifugio. Sta semplicemente rispondendo a un tipo di shock che non lo favorisce nel breve termine”.

In altre parole, non tutte le crisi producono gli stessi effetti sui mercati finanziari. E, di conseguenza, non tutte spingono l’oro nella stessa direzione.

Secondo l’analista, la reazione dell’oro dipende molto dalla natura dello shock economico generato dal conflitto. Quando una guerra mina la fiducia nel sistema finanziario, riduce i tassi reali e porta le banche centrali verso politiche monetarie più accomodanti, l’oro tende a rafforzarsi. Al contrario, “quando invece lo shock passa dall’energia, riaccende un’inflazione da costi e costringe il mercato a rivedere le aspettative sui tassi, il rifugio si sposta, spesso verso il dollaro”.

È proprio ciò che sta accadendo nell’attuale scenario, dove le tensioni legate all’Iran hanno avuto un impatto immediato sul mercato del petrolio. Il Brent si è rapidamente avvicinato alla soglia dei 100 dollari al barile, alimentando aspettative di inflazione. Ma non si tratta di un’inflazione “positiva”, legata alla crescita economica. È un’inflazione da costi, che tende a comprimere l’attività economica e a complicare il lavoro delle banche centrali.

Inflazione da costi e tassi: il nodo cruciale

Questo tipo di inflazione ha un effetto diretto sulle aspettative di politica monetaria. Invece di aumentare la probabilità di tagli dei tassi, la riduce. Il mercato, infatti, si aspetta che le banche centrali mantengano una linea più prudente, rinviando eventuali allentamenti. Ed è qui che entra in gioco uno dei fattori più importanti per il prezzo dell’oro: i rendimenti reali.

Debach sottolinea come il rendimento reale a 10 anni sia risalito al 2,062%, con un incremento di circa 36 punti base nelle ultime settimane. Un movimento che ha conseguenze dirette sul metallo prezioso. L’oro, infatti, non paga interessi. Il suo appeal aumenta quando il rendimento reale di alternative come obbligazioni o liquidità è basso. Ma quando i rendimenti reali salgono, il costo opportunità di detenere oro cresce, rendendolo meno attraente per gli investitori.

È per questo che, nonostante l’aumento della tensione globale, il prezzo dell’oro sta scendendo: non è la paura in sé a guidare il mercato, ma il confronto tra rendimento e costo opportunità.

La “criptonite” dell’oro: i rendimenti reali

L’analista di eToro utilizza un’espressione efficace per descrivere questo rapporto: i rendimenti reali sono la “criptonite” dell’oro. Quando salgono, il vantaggio relativo del metallo giallo si riduce. È esattamente quanto sta accadendo in questa fase. L’aumento dei rendimenti reali ha neutralizzato l’effetto rifugio che normalmente si attiverebbe in presenza di una crisi geopolitica.

Un altro elemento chiave riguarda il concetto stesso di “paura” sui mercati. Spesso si tende a considerarla come un fattore unico, ma in realtà racchiude dinamiche molto diverse. Da un lato c’è la paura di un collasso finanziario, che spinge gli investitori verso asset privi di rischio di controparte, come l’oro. Dall’altro c’è la paura di uno shock inflazionistico, che porta invece a cercare protezione in strumenti diversi.

Nel contesto attuale prevale la seconda tipologia. L’aumento dei prezzi energetici e le tensioni sull’offerta stanno alimentando un’inflazione che non sostiene la crescita, ma la ostacola. E questo cambia completamente la reazione dei mercati.

Il ritorno del dollaro al centro della scena

In questo scenario, continua Debach, il dollaro torna a giocare un ruolo dominante. Non si tratta di una scelta arbitraria degli investitori, ma di una conseguenza diretta delle dinamiche globali. Le materie prime, a partire dal petrolio, sono scambiate in dollari. Quando l’energia diventa il fulcro della tensione, la domanda di valuta americana cresce in modo quasi automatico.

Questo rafforzamento del dollaro ha un impatto diretto sull’oro. Poiché il metallo prezioso è denominato in dollari, un biglietto verde più forte tende a esercitare una pressione ribassista sui prezzi.

In sostanza sostiene l’analista, “il mercato non sta rifiutando l’oro. Sta cercando di capire se questo è il tipo di crisi che lo rende necessario. Per ora, la risposta è parziale”.

La guerra ha riacceso la paura, ma lo ha fatto attraverso il canale dell’energia, dei tassi, del dollaro. Non attraverso quello della fiducia monetaria. E finché questo resta il driver dominante, l’oro può restare in secondo piano. In altre parole, l’oro è molto posseduto, ma poco “convinto”.