Con l’aumento delle grandi fortune cresce anche il costo di gestione delle strutture che le amministrano. Le famiglie ultra-facoltose stanno infatti spendendo sempre di più per mantenere e sviluppare i propri family office, le società che gestiscono investimenti, patrimonio e pianificazione finanziaria.
Secondo un recente sondaggio di J.P. Morgan Private Bank, i family office con almeno 1 miliardo di dollari di asset registrano una spesa media annua di 6,6 milioni di dollari per costi operativi. Si tratta di un incremento di circa 500.000 dollari rispetto all’ultima rilevazione del 2023, quando la media si attestava a 6,1 milioni.
La guerra per i talenti finanziari
Una delle principali voci di spesa riguarda il capitale umano. Gli stipendi dei professionisti degli investimenti rappresentano infatti la quota più significativa dei budget operativi.
Secondo William Sinclair, co-responsabile globale della practice family office di J.P. Morgan Private Bank, il settore è entrato in una vera e propria “guerra per i talenti”.
I family office competono sempre più direttamente con fondi di private equity, hedge fund e grandi istituzioni finanziarie per attrarre analisti, gestori e specialisti degli investimenti.
Il risultato è un aumento dei pacchetti retributivi necessari per costruire team interni capaci di gestire strategie sempre più complesse e globali.
Parallelamente cresce anche il ricorso a consulenti e gestori esterni. Circa l’80% dei family office affida all’esterno almeno una parte del proprio portafoglio.
Tuttavia, la riduzione dei costi non è il motivo principale di questa scelta. Solo il 28% degli intervistati indica il contenimento delle spese come fattore decisivo. Più rilevanti risultano invece la qualità del track record e l’accesso a investimenti privati difficilmente raggiungibili in autonomia.
La generazione successiva più attenta ai conti
Se i capifamiglia tendono spesso a ignorare l’aumento graduale delle spese, la percezione cambia con il passaggio generazionale. Non è raro che, dopo il passaggio della ricchezza alla generazione successiva, gli eredi valutino una razionalizzazione delle spese o persino la chiusura del family office, preferendo soluzioni più leggere o esternalizzate.
Con aspettative di vita più lunghe e famiglie sempre più numerose, la nuova generazione tende infatti a interrogarsi su come far durare il patrimonio nel tempo, bilanciando riservatezza, controllo e sostenibilità economica della struttura che lo gestisce.
Inflazione, geopolitica e la corsa agli asset alternativi
Oltre ai costi operativi, i family office guardano con attenzione al contesto macroeconomico. Secondo il Global Family Office Report di J.P. Morgan Private Bank, report che ha coinvolto 333 single-family office con un patrimonio medio di 1,6 miliardi di dollari, molti stanno rafforzando l’esposizione a immobili e investimenti alternativi per proteggersi da un possibile ritorno dell’inflazione.
Tra i principali rischi per il 2026, il 64% dei family office statunitensi indica i tassi d’interesse e il 61% l’inflazione, mentre a livello globale prevale la geopolitica.
“I clienti sono preoccupati soprattutto per inflazione e geopolitica”, ha spiegato David Frame, global CEO di J.P. Morgan Private Bank.
Per proteggere i portafogli cresce quindi l’esposizione a private equity, hedge fund e real estate.
Altri temi di investimento
Accanto alle strategie difensive, le grandi famiglie puntano sull’innovazione. L’intelligenza artificiale è oggi il tema più diffuso: il 65% dei family office dichiara di avere già esposizione o di considerarla una priorità. Tra gli altri settori di interesse emergono sanità, infrastrutture e cybersecurity.
Nei portafogli medi dei family office statunitensi, il 40% è investito in azioni quotate e il 34% in investimenti privati.
Poco oro, molta liquidità
I family office restano cauti sull’oro: il 72% non detiene il metallo prezioso, anche dopo il recente rialzo dei prezzi. Rimane invece elevata la quota di liquidità, mantenuta sia per sfruttare i rendimenti dei titoli a breve sia per cogliere opportunità in caso di correzioni dei mercati dopo il ciclo di rialzi dei tassi della Federal Reserve.