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Oltre 125 anni di storia finanziaria consegnano un verdetto netto: nel lungo periodo l’azionario non ha rivali tra le attività liquide. È il messaggio centrale del Global Investment Returns Yearbook 2026, presentato oggi da UBS Investment Bank e dal Chief Investment Office di UBS Global Wealth Management, guidato da Mark Haefele, in collaborazione con il professor Paul Marsh e il dottor Mike Staunton della London Business School e il professor Elroy Dimson dell’Università di Cambridge.
Dal 1900 a oggi, un dollaro investito in azioni statunitensi sarebbe cresciuto a 124.854 dollari in termini nominali a fine 2025. Nello stesso arco temporale, le obbligazioni governative a lungo termine si sarebbero fermate a 284 dollari e i Treasury bill a 69, con l’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto portando l’indice dei prezzi a quota 38. In termini reali, le azioni hanno comunque sovraperformato in tutti i 21 Paesi con una storia di investimento continuativa.
“L’edizione 2026 del Global Investment Returns Yearbook rafforza il valore dell’analisi storica per comprendere le dinamiche di mercato attuali. Con 126 anni di dati, offre un quadro potente per capire come l’asset allocation, la diversificazione e i principi duraturi del rapporto rischio-rendimento plasmino i risultati di investimento di lungo periodo”, afferma Dan Dowd, Head of Global Research di UBS Investment Bank.
Dal mondo multipolare al dominio Usa
L’analisi documenta una trasformazione radicale dell’economia e dei mercati. All’inizio del Novecento la capitalizzazione azionaria globale era relativamente equilibrata; oggi gli Stati Uniti rappresentano circa il 62% del valore complessivo del mercato mondiale, nonostante il peso relativo sul Pil globale sia inferiore rispetto al picco del secondo dopoguerra.
La leadership americana riflette rendimenti azionari sostenuti e un flusso continuo di nuove emissioni e Ipo. Parallelamente, la geografia della crescita economica è mutata profondamente, con l’ascesa della Cina e il ridimensionamento relativo di alcune economie europee.
Industria, tecnologia e falsi miti sulle bolle
Se la mappa geografica è cambiata, ancora più profonda è stata la rivoluzione settoriale. Nel 1900, circa l’80% del mercato statunitense era concentrato in comparti oggi marginali o scomparsi – ferrovie, carbone, acciaio, tessili. Oggi oltre il 70% della capitalizzazione Usa proviene da industrie che allora erano piccole o inesistenti, come tecnologia e healthcare.
Il rapporto invita a rivedere alcuni luoghi comuni: le nuove tecnologie non generano sempre bolle destinate a distruggere valore nel lungo periodo. Le ferrovie, pur passando dal 63% del mercato Usa nel 1900 a meno dell’1% oggi, hanno sovraperformato nel lungo termine. Analogamente, i titoli tecnologici, nonostante lo scoppio della bolla dot-com, hanno registrato rendimenti superiori rispetto al mercato statunitense nel suo complesso.
Sviluppati contro emergenti e inflazione
Sul fronte geografico, i mercati sviluppati hanno reso mediamente l’8,5% annuo dal 1900, contro il 6,9% degli emergenti. Tuttavia, restringendo l’analisi al periodo 1960-2025, gli emergenti hanno fatto meglio (10,9% annuo contro il 9,6% dei mercati sviluppati), a conferma di come le traiettorie di crescita possano cambiare nel tempo e di quanto sia cruciale la finestra temporale di osservazione.
Il report insiste su un punto metodologico: i confronti vanno fatti in termini reali. Negli Stati Uniti l’inflazione media dal 1900 è stata del 2,9% annuo, apparentemente contenuta; eppure ciò implica che un dollaro di inizio secolo abbia oggi un potere d’acquisto pari a 38 dollari. Le azioni hanno ampiamente superato l’inflazione nel lungo periodo, mentre per azioni e obbligazioni i rendimenti reali tendono a essere più elevati in contesti di maggiore crescita economica e minore inflazione.
Oro e coperture: relazioni meno lineari del previsto
Il ruolo dell’oro come copertura dall’inflazione appare più complesso di quanto si creda. In 13 dei 28 anni in cui l’inflazione ha superato il 3%, i rendimenti del metallo giallo sono stati negativi. Sul lunghissimo periodo, tuttavia, il prezzo reale dell’oro in dollari è aumentato di 5,2 volte dal 1900, pari a un rendimento reale annualizzato dell’1,3%.
L’analisi storica ridimensiona anche il peso sistematico della geopolitica. Se eventi estremi come le due guerre mondiali o lo shock petrolifero del 1973-74 hanno coinciso con alcune delle peggiori fasi per i mercati, la maggior parte dei grandi bear market in tempo di pace è stata innescata da fattori economici.
“In periodi di incertezza economica e geopolitica, è facile perdere di vista l’orizzonte di investimento di lungo periodo. Il Yearbook, con il suo database che copre 126 anni, rappresenta una ricca fonte di informazioni ed esperienza per aiutare i lettori a filtrare il rumore di breve periodo e a trarre insegnamenti dal passato per investire meglio nel futuro”, osserva il professor Paul Marsh della London Business School.
Diversificazione, più difficile ma ancora decisiva
Concentrazione crescente dei listini e correlazioni più elevate tra asset rendono la diversificazione più complessa. Eppure le evidenze storiche mostrano che portafogli globali e bilanciati – ad esempio un mix 60:40 tra azioni e obbligazioni – hanno contenuto drawdown e volatilità rispetto a investimenti concentrati. Dal 1900, mentre azioni e bond hanno talvolta perso oltre il 70% in termini reali, un portafoglio 60:40 non ha mai superato il -50%.
Anche la copertura valutaria contribuisce a ridurre il rischio: mediamente il cambio ha aggiunto circa sei punti percentuali alla volatilità complessiva di portafogli azionari e obbligazionari, con un impatto proporzionalmente maggiore sul reddito fisso.
“Il Global Investment Returns Yearbook ci ricorda che, sebbene i mercati e le tecnologie evolvano, i principi fondamentali di un investimento di successo rimangono invariati. La storia continua a dimostrare l’importanza della diversificazione, di un’asset allocation disciplinata e di una prospettiva di lungo periodo”, conclude Mark Haefele, Chief Investment Officer di UBS Global Wealth Management.