Alla borsa di Amsterdam, il prezzo del gas sale oltre il 50% nella sola seduta di oggi. All’apertura della giornata, il future TTF di riferimento per l’Europa ha reagito con il balzo di cui sopra. Un rialzo intraday nell’ordine del 40%, con picchi a 48 euro per MWh ed ha toccato più volte variazioni prossime al +50% rispetto ai livelli precedenti all’escalation bellica. Questo tipo di movimento segnala che il mercato sta incorporando un premio al rischio geopolitico molto elevato, legato sia alle possibili interruzioni di produzione sia ai timori sui trasporti energetici.
La guerra tra Stati Uniti e Iran non è soltanto una questione militare. È, prima di tutto, una questione energetica. Quando l’energia entra in scena, i mercati smettono di guardare le mappe e iniziano a guardare le scorte. L’Europa dipende in larga misura dalle importazioni di LNG. Il Qatar è tra i più importanti esportatori mondiali di gas naturale liquefatto, ed a questo paese fanno riferimento molti di quelli europei. Il nodo centrale è lo stop produttivo annunciato dopo gli attacchi agli impianti di QatarEnergy. La produzione di LNG e dei prodotti collegati è stata sospesa, almeno temporaneamente: un’interruzione anche solo parziale viene percepita come un potenziale shock di offerta su scala internazionale.
Ma c’è un’ulteriore vulnerabilità: gli stoccaggi di gas in Europa, dopo l’inverno ad oggi, sono molto meno pieni rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Anzi in molti paesi europei i livelli di stoccaggio, non sono mai stati così bassi La Germania è addirittura scesa sotto il limite del 25% una condizione che Se il conflitto si prolungasse oltre le “quattro settimane” aumenterebbe ulteriormente la sensibilità agli shock esterni di offerta. Il punto è lo Stretto di Hormuz. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale. Basta un incidente, una mina, una nave bloccata, e il premio al rischio si accenderebbe immediatamente. Il petrolio non aspetta i comunicati ufficiali: anticipa, e con lui il gas.
Se il conflitto si prolungasse oltre le “quattro settimane” evocate da Donald Trump, il rischio sarebbe una volatilità sistemica. Quattro settimane. Una finestra temporale che non suona casuale. Tra quattro settimane è previsto un confronto tra Trump e Xi Jinping. E allora la domanda cambia: siamo davanti a un’escalation militare o a una mossa negoziale? Petrolio e gas come leva tattica prima di sedersi al tavolo. Energia contro terre rare. Barili contro magneti?
La Cina controlla oltre il 60% dell’estrazione globale di terre rare e quasi il 90% della loro raffinazione. Senza terre rare non c’è transizione energetica, non c’è auto elettrica, non c’è difesa high-tech. Senza petrolio e gas, oggi non c’è industria. Siamo allo scambio di relative dipendenze? Prezzi del gas che reagiscono a ogni notizia, industria energivora sotto pressione, inflazione che potrebbe riaccendersi proprio quando le banche centrali stavano cercando un atterraggio morbido. Un conflitto breve sarebbe una cosa. Ma se si allungasse? I mercati non stanno prezzando la guerra. Stanno prezzandone la durata.