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I clienti ultra-facoltosi non si limitano a chiedere buoni rendimenti: mettono costantemente alla prova i loro banker, spingendoli ad alzare l’asticella della qualità del servizio. È questo il filo conduttore dell’analisi firmata da Jane Wollman Rusoff per ThinkAdvisor, che raccoglie le riflessioni di Spuds Powell, managing director di Kayne Anderson Rudnick Investment Management e da tredici anni consecutivi inserito nella lista dei migliori advisor di Barron’s.
Clienti esigenti come motore di miglioramento per i consulenti finanziari
Secondo Powell, lavorare con clienti ultra-high-net-worth significa confrontarsi con aspettative estremamente elevate e con una ricerca continua dell’eccellenza. Un approccio che può risultare impegnativo, ma che nel tempo si rivela virtuoso.
Le richieste più sfidanti hanno contribuito non solo a migliorare il suo lavoro di consulente, ma anche a far evolvere l’intera struttura della società di gestione. Questi clienti non accettano lo status quo: sono abituati a pensare fuori dagli schemi e sono convinti che esista sempre un modo migliore o diverso di fare le cose.
Molte delle innovazioni introdotte per rispondere a esigenze specifiche di singoli investitori sono poi diventate prassi consolidate per tutta la clientela. Un esempio concreto è la reportistica personalizzata, inizialmente richiesta da un solo cliente e oggi estesa a tutti, con report più dettagliati e su misura.
Trasparenza, reportistica e consapevolezza: cosa chiedono i clienti
Le richieste più apprezzate dai clienti riguardano una maggiore chiarezza sui processi decisionali. Alcuni investitori vogliono comprendere nel dettaglio le ragioni alla base delle modifiche all’asset allocation o della sostituzione di specifici strumenti finanziari. Chiedono spiegazioni approfondite sui criteri di selezione, sui controlli effettuati e sulle motivazioni che portano a raccomandare un cambiamento. Non si tratta di diffidenza, ma di un bisogno di consapevolezza che rafforza il rapporto di fiducia.
Powell distingue però tra richieste complesse ma costruttive e pretese poco utili o eccessivamente onerose in termini di tempo. La capacità del consulente sta nel capire quando una domanda può generare valore anche per altri clienti e quando, invece, rischia di diventare inefficiente.
Mercati, rotazione settoriale e ruolo del consulente
Lo sguardo di Powell si allarga poi all’andamento dei mercati. Per il 2026 prevede uno scenario diverso rispetto agli ultimi anni, caratterizzati dal predominio delle grandi società tecnologiche statunitensi. Dopo una lunga fase in cui l’azionario è stato trainato quasi esclusivamente dai “Magnificent Seven”, si sta assistendo a un progressivo allargamento delle performance ad altri settori, alle small cap e ai titoli value. Un cambiamento che rende il mercato più equilibrato e, secondo Powell, anche più sano.
Alla base di questa rotazione ci sono valutazioni elevate sui big tecnologici e una crescente cautela sull’intelligenza artificiale, con gli investitori sempre più attenti al rapporto tra investimenti e ritorni attesi. Allo stesso tempo, le società di minori dimensioni partono da aspettative sugli utili più contenute, rendendo più probabile una sorpresa positiva.
In un contesto globale segnato da incertezze geopolitiche, debito elevato e potenziali pressioni inflazionistiche, molti clienti si mostrano confusi o preoccupati. In questi casi, il ruolo del consulente diventa anche quello di punto di riferimento razionale: fornire dati, mettere in prospettiva i rischi e aiutare a mantenere un approccio equilibrato, senza farsi guidare dall’emotività.
L’esperienza raccontata da Powell mostra come i clienti più esigenti possano trasformarsi in veri e propri catalizzatori di innovazione. Per i consulenti finanziari, accettare la sfida significa evolvere il servizio offerto e rafforzare nel tempo la qualità della relazione con la clientela più sofisticata.