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Petrolio rimbalza dai minimi del 2021: è l’effetto del blocco navale ordinato da Trump nel Venezuela

Dopo aver toccato minimi che non si vedevano da quasi quattro anni, i prezzi del petrolio hanno registrato un rimbalzo significativo. Oggi, il greggio statunitense WTI è salito di 1,03 dollari, arrivando a 56,30 dollari al barile, mentre il Brent, riferimento globale, ha raggiunto 59,96 dollari, con un incremento di 1,04 dollari.

La ripresa dei prezzi arriva in seguito alle dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha annunciato un blocco totale delle navi petrolifere sanzionate in partenza e in arrivo dal Venezuela.

Prezzi greggio in salita: il ruolo del Venezuela e delle sanzioni statunitensi

La decisione statunitense di bloccare le navi venezuelane sanzionate ha fornito un impulso immediato ai prezzi del greggio. Il Venezuela, fondatore dell’OPEC e titolare delle maggiori riserve petrolifere al mondo, esporta circa 749.000 barili al giorno, di cui almeno la metà verso la Cina. L’intervento statunitense, che include il sequestro di una petroliera la scorsa settimana, ha contribuito a ridurre temporaneamente l’offerta disponibile, sostenendo i prezzi in un momento di forte pressione al ribasso.

Nonostante il recente rimbalzo, il quadro globale resta complesso con Brent e WTI che stanno affrontando un anno in perdita superiore al 20%. Tra aprile e dicembre 2025, i paesi OPEC+ hanno aumentato la produzione di 2,9 milioni di barili al giorno per recuperare quote di mercato, mentre altri fornitori hanno incrementato le esportazioni. Anche le riserve statunitensi sono previste in crescita nel 2026. Sul mercato marittimo, le petroliere stanno attualmente trasportando oltre un miliardo di barili, un dato in costante aumento negli ultimi mesi.

Prospettive per il mercato e rischi per l’industria

Le previsioni rimangono pessimistiche per molti operatori. Gli analisti di JPMorgan e Goldman Sachs stimano che i prezzi del Brent possano scendere nuovamente sotto i 50 dollari al barile nel 2026, tornando ai livelli precedenti la pandemia. Se l’OPEC+ non ridurrà la produzione e gli altri paesi continueranno a esportare senza rallentamenti, il petrolio potrebbe addirittura scendere verso i 40 o 30 dollari al barile, scenario catastrofico per l’industria.

Macquarie osserva come la pressione ribassista stia superando le previsioni più pessimistiche, definendo il mercato ancora più “sovrabbondante” di quanto già stimato. Il settore dei servizi petroliferi, essenziale per sostenere l’estrazione, subisce le stesse difficoltà, con rischio di perdita di personale qualificato e rallentamento della produzione futura.

Fattori di supporto e segnali positivi

Non mancano però segnali che potrebbero sostenere i prezzi. Le sanzioni statunitensi contro i produttori russi Rosneft e Lukoil, ad esempio, potrebbero ridurre l’offerta disponibile, anche se non è chiaro quanto il petrolio russo possa aggirare le restrizioni vendendo verso paesi come Cina e India. Allo stesso tempo, eventuali tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, come il recente calo di un quarto di punto, tendono a indebolire il dollaro e a sostenere i mercati delle materie prime.

Tuttavia, come sottolinea Claudio Galimberti, chief economist di Rystad Energy, i fondamentali restano il vero punto di ancoraggio: un mercato caratterizzato da eccesso di offerta non può sostenere prezzi elevati a lungo, indipendentemente da interventi temporanei o tensioni geopolitiche.