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Il recente crollo del bitcoin ha alimentato un certo nervosismo tra gli investitori. La domanda che molti si fanno è se questa correzione rappresenti solo una pausa fisiologica o l’inizio di una fase più lunga di raffreddamento. Ma chi studia da anni il comportamento dell’asset parla di un movimento tutt’altro che eccezionale, che resta perfettamente in linea con quelle registrate nelle fasi intermedie dei cicli passati: nelle fasi ribassiste più intense, il bitcoin ha toccato valori fino al 70–80% inferiori ai massimi storici.
Volatilità alle stelle
La brusca flessione registrata della valuta digitale, scesa fino al 36% rispetto al massimo storico centrato a inizio ottobre attorno ai 126.000 dollari, ha riportato sotto i riflettori l’estrema volatilità della criptovaluta, ma chi studia da anni il comportamento dell’asset parla di un movimento tutt’altro che eccezionale. Le oscillazioni profonde, alternate a rapide fasi di recupero, sono da sempre parte integrante della struttura del mercato.
Nelle ultime settimane il valore è scivolato fino alla soglia degli 80.000 dollari, salvo poi rimbalzare verso quota 93.000 dollari, livello attuale, mantenendo comunque un arretramento di circa il 26% dai massimi. A un occhio poco esperto può sembrare una dinamica preoccupante, ma l’esperienza suggerisce di leggerla nel contesto più ampio del ciclo pluriennale tipico di bitcoin.
La logica dei cicli e il ruolo dell’halving
Il mercato delle criptovalute è spesso interpretato attraverso la lente dei cosiddetti “cicli”, periodi di circa quattro anni scanditi dal “halving”, l’evento programmato che dimezza la ricompensa dei miner e che, in passato, ha innescato significativi mutamenti nella domanda e nell’offerta. Sebbene alcuni analisti rilevino una possibile evoluzione nelle tempistiche e nella volatilità dei cicli più recenti, il livello delle correzioni rimane sorprendentemente costante.
Nell’attuale ciclo, osservano gli analisti, si sono già verificati due importanti pullback: una correzione del 32,7% tra marzo e agosto 2024 e un’altra del 31,7% tra gennaio e aprile 2025.
“Volatilità di questa grandezza è perfettamente coerente con le tendenze storiche di lungo periodo – ha spiegato Jacob Joseph, senior research analyst di CoinDesk Data, in un’intervista alla CNBC – e non rappresenta di per sé un segnale di inversione strutturale”.
Precedenti pesanti: cosa accadde nel 2017 e nel 2021
Un confronto con i cicli precedenti rende ancora più chiaro il quadro. Nel 2017, ad esempio, Bitcoin subì almeno due cadute dell’ordine del 40%, seguite da un’ulteriore flessione del 29% in novembre, prima di raggiungere un nuovo massimo storico il mese successivo.
Il 2021 vide addirittura una correzione superiore al 55% tra aprile e giugno, innescata dal divieto della Cina al mining di criptovalute. Eppure, anche in quel caso, la criptovaluta recuperò rapidamente terreno fino a segnare un nuovo picco storico in novembre.
L’impatto delle maxi-liquidazioni
Il crollo più recente, tuttavia, non è stato determinato da un singolo evento macro. A partire dal 10 ottobre, infatti, il mercato ha assistito a una massiccia ondata di liquidazioni automatiche di posizioni a leva: oltre 1,6 milioni di trader hanno visto chiudersi posizioni per un controvalore complessivo di 19,37 miliardi di dollari in sole 24 ore. Un episodio che ha innescato vendite forzate e amplificato la discesa dei prezzi.
Secondo Lucy Gazmararian, fondatrice di Token Bay Capital, si è trattato di un vero e proprio shock:
“È stato l’evento di liquidazione più grande nella storia delle criptovalute – ha spiegato alla CNBC – e serviranno settimane per assorbirne pienamente gli effetti. La cascata di chiusure forzate ha creato un’onda d’urto che il mercato sta ancora elaborando”.
La reazione è stata ulteriormente intensificata dal contesto psicologico. “Il fatto che il movimento sia avvenuto in una fase del ciclo percepita come matura – ha precisato Gazmararian – ha aumentato la paura che potremmo trovarci vicino alla fine del bull market”.
Possibilità di un rimbalzo?
Come ricorda Diodovich, la società continua a usare la volatilità come occasione per accumulare BTC, mantenendo un’impostazione dichiaratamente di lunghissimo periodo: in più interviste e interventi pubblici, Saylor ha ribadito che l’obiettivo non è fare market timing, ma trasformare il bilancio aziendale in una sorta di “Bitcoin treasury”, pronti a sopportare fasi di drawdown profondi pur di non ridurre l’esposizione. Tuttavia stanno aumentando i rumour che anche Saylor, nonostante le smentite, stia procedendo alla vendita di Bitcoin.