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Private banking e Savings & Investments Union: come sostenere la crescita europea

Nel corso del consueto Forum annuale dell’Aipb si è parlato soprattutto di come finanziarie i nuovi progetti europei contenuti nel piano Draghi e del ruolo del private banking italiano in questo progetto.

L’Europa si trova davanti a una fase storica in cui la competitività economica e la capacità di sostenere i grandi cambiamenti dipendono sempre più dalla solidità degli investimenti. Non si parla solo di infrastrutture e tecnologia, ma anche di transizione energetica, digitalizzazione, autonomia industriale e difesa . Secondo le stime del Rapporto Draghi, presentato nel 2024, per raggiungere questi obiettivi sarebbero necessari circa 1.200 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno. Una cifra che gli Stati, da soli, non possono sostenere.

Nasce così l’idea della Savings & Investments Union (SIU), una nuova strategia europea che prova a valorizzare una risorsa immensa e finora sottoutilizzata: il risparmio privato delle famiglie. Ed è questa che l’Associazione Italiana Private Banking ha dedicato il Forum 2025.

Italia al centro del nuovo equilibrio europeo

Tra i principali obiettivi della SUI c’è la trasformazione di parte della liquidità delle famiglie europee in nuovi investimenti produttivi, partendo dall’assunto che in Europa sono presenti 29.000 miliardi di ricchezza finanziaria privata investibile: da stime della Commissione Europea indirizzandone anche solo una piccola parte verso le imprese europee si avrebbero impatti positivi su ricchezza e crescita economica.

In questo scenario, l’Italia occupa un posto fondamentale. Da un lato, è tra i Paesi europei con la più alta ricchezza finanziaria privata. Dall’altro, è anche tra quelli con la maggiore quantità di risparmio fermo su conti correnti. Se l’allocazione del risparmio italiano si avvicinasse al modello dei Paesi europei più avanzati nella gestione patrimoniale — come Belgio, Svezia o Danimarca — si libererebbero circa 233 miliardi di euro oggi immobilizzati in liquidità.

Non si tratta semplicemente di spostare denaro da un conto bancario a un fondo: si tratta di attivare meccanismi capaci di generare valore per tutta l’economia. Dati alla mano, secondo le stime AIPB e Prometeia, una riallocazione più efficiente del risparmio potrebbe produrre:

  • 154 miliardi di nuova ricchezza finanziaria per le famiglie italiane,
  • un aumento stimato dei consumi pari a 64 miliardi,
  • un incremento degli investimenti per 25 miliardi,
  • un impatto sul PIL pari a +0,31 punti percentuali entro il 2040.

Risultati che sarebbero significativi non solo in termini economici, ma anche sociali, perché contribuirebbero a rendere l’Italia meno dipendente da fattori esterni e più resiliente di fronte alle crisi globali.

Il ruolo strategico del Private Banking

Una parte importante di questo potenziale si concentra nelle cosiddette famiglie Private, ovvero quei nuclei con patrimoni finanziari elevati che, pur rappresentando una quota ridotta della popolazione, detengono una porzione rilevante della ricchezza nazionale. È qui che entra in gioco il Private Banking, che può accompagnare le famiglie nel costruire portafogli più diversificati, orientati al lungo periodo e coerenti con i loro obiettivi di protezione, crescita e passaggio generazionale.

Negli ultimi anni, questo segmento ha mostrato una dinamica molto positiva. Dal 2007 al 2025, le masse gestite nel Private Banking sono cresciute in media del 7,2% all’anno, con una proiezione che indica il raggiungimento di 1.355 miliardi di euro entro la fine del 2025. Questo aumento è stato sostenuto da un maggiore ricorso alla consulenza finanziaria evoluta e da un progressivo passaggio da strumenti tradizionali a soluzioni di investimento più sofisticate, compresi fondi tematici, private markets e prodotti con focus su sostenibilità e innovazione.

Le famiglie Private possono quindi avere un impatto molto rilevante: composte da 730.000 nuclei (3% del totale) contribuiscono al 36% della liquidità riallocabile, generando una quota più che proporzionale della ricchezza aggiuntiva pari a 76 miliardi di euro (49% del totale delle famiglie) e un contributo ancora maggiore (71%) alla crescita dei consumi (+45 miliardi) e degli investimenti(+18 miliardi) con un effetto cumulato sul PIL di 0,21 punti percentuali (68%) e maggiori entrate fiscali pari a 24 miliardi.

Saving and Investment Union: le proposte dell’Aipb

La prima riguarda il quadro normativo. L’idea è quella di rendere più facile investire nell’economia europea, soprattutto in progetti di lungo periodo. Da un lato si propone di rivedere alcune regole prudenziali, come quelle previste da Solvency II, per consentire agli investitori istituzionali (come assicurazioni e fondi pensione) di destinare più capitali a strumenti orientati alla crescita e alla sostenibilità. Dall’altro si suggerisce di creare una nuova categoria di investitori, a metà strada tra il risparmiatore retail e l’investitore professionale, che – con l’aiuto di una consulenza qualificata – possa accedere a prodotti finanziari oggi riservati quasi esclusivamente agli operatori più esperti. Sarebbe un modo per allargare l’accesso agli investimenti in economia reale senza rinunciare alla tutela e alla trasparenza.

La seconda proposta riguarda invece il fisco e gli incentivi. L’AIPB suggerisce di introdurre misure che premino chi sceglie investimenti di medio-lungo periodo, ad esempio modulando le tasse sulle plusvalenze e sui redditi finanziari in base al tempo di detenzione degli strumenti. In altre parole: più a lungo si investe, meno si paga. Si tratta di un modo per incoraggiare la stabilità degli investimenti e contrastare l’idea del mordi e fuggi finanziario.

Accanto a queste due linee, l’Associazione ha lanciato una proposta innovativa denominata “Euro Cashback”. Il meccanismo è semplice: chi investe in progetti strategici europei – ad esempio nella transizione energetica, nella digitalizzazione o nella difesa – riceverebbe un credito immediato pari al 30% dell’importo investito. Questo beneficio verrebbe erogato sotto forma di voucher o token digitale finanziato da debito europeo comune. C’è però una condizione: almeno metà di questo incentivo dovrebbe essere reinvestito in titoli di piccole e medie imprese quotate del proprio Paese. L’effetto sarebbe duplice: più capitali europei per le grandi trasformazioni industriali e, allo stesso tempo, maggiore supporto alle imprese locali che vogliono crescere.

In questo modo, la SIU non si limiterebbe a “spostare” liquidità dalle banche ai mercati, ma costruirebbe un legame strutturale tra risparmio delle famiglie e sviluppo economico, favorendo crescita, innovazione e competitività, e soprattutto mantenendo ricchezza e opportunità all’interno dell’Unione Europea.