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Super ricchi: boom del patrimonio per i dieci big Usa: + 698 mld in un anno

Negli Stati Uniti si accentua la forbice tra élite economica e resto del Paese. Secondo un rapporto pubblicato da Oxfam America, i dieci miliardari più ricchi del Paese hanno visto aumentare nell’ultimo anno il proprio patrimonio complessivo di circa 698 miliardi di dollari. Un incremento impressionante, che accentua ulteriormente la concentrazione della ricchezza in poche mani.
Parallelamente, la maggioranza degli americani affronta salari stagnanti, un’inflazione ancora elevata e difficoltà crescenti nell’accesso ai servizi essenziali come istruzione, sanità e abitazione. Oxfam parla di “crescita senza ricadute per la collettività”, sottolineando come gli effetti dell’arricchimento dell’élite non si traducano in un miglioramento diffuso delle condizioni economiche del Paese.

Gli ingredienti della nuova polarizzazione

Dietro l’impennata dei patrimoni dei Paperoni d’America – spiega  Oxfam – ci sarebbe la combinazione tra corsa ai titoli tecnologici, transizione digitale e politiche fiscali favorevoli ai grandi patrimoni. Tutto questo avrebbe creato le condizioni ideali perché il valore delle partecipazioni azionarie dei miliardari continuasse a lievitare. Le stesse dinamiche non si riscontrano nel resto della popolazione: salari reali stagnanti, costo della vita in aumento e accesso non uniforme a servizi essenziali come sanità e istruzione rappresentano il contraltare della ricchezza accumulata al vertice.

In questo contesto, il quadro fiscale ha giocato un ruolo determinante. Negli ultimi anni, interventi mirati sulla tassazione dei grandi patrimoni e la riduzione progressiva dell’imposizione sui guadagni da capitale – ricorda il rapporto Oxfam – hanno ridotto ulteriormente il contributo fiscale dei più ricchi al bilancio pubblico. Ciò ha reso più difficile riequilibrare il sistema attraverso politiche redistributive, sia sul versante della spesa sociale sia sul finanziamento di istruzione e sanità.

I Paperoni d’America

A dominare la classifica dei miliardari sono ancora i grandi protagonisti della tecnologia. In cima alla lista si colloca Elon Musk, che grazie alle partecipazioni in Tesla e SpaceX raggiunge un patrimonio stimato intorno ai 244 miliardi di dollari. Subito dopo compare Jeff Bezos, fondatore di Amazon, con una ricchezza stimata in 197 miliardi. Al terzo posto si trova Mark Zuckerberg, che beneficia del forte rialzo del titolo Meta grazie agli sviluppi nel campo dell’intelligenza artificiale e all’ottimizzazione delle strategie aziendali.

Segue Larry Ellison, cofondatore di Oracle, con 175 miliardi di dollari, trainato dalla crescita dei servizi cloud. In quinta posizione si conferma Warren Buffett, che tramite Berkshire Hathaway gestisce asset distribuiti in una pluralità di settori strategici dell’economia statunitense. Nelle posizioni successive compaiono Larry Page e Sergey Brin, cofondatori di Google, ancora influenti nelle scelte industriali del colosso tecnologico nonostante un ruolo meno operativo rispetto al passato.

“La disuguaglianza è una scelta politica”

Il rapporto mette in guardia da un possibile “circolo vizioso della concentrazione”: più ricchezza significa maggiore influenza politica e capacità di orientare il dibattito pubblico su temi fiscali e regolatori. In questo modo, la ricchezza accumulata diventa potere e il potere facilita ulteriori occasioni di arricchimento.

Oxfam sottolinea a questo proposito che negli Stati Uniti l’1% più ricco ha accumulato, dal 1989 al 2022, 101 volte più ricchezza della famiglia media. E che la disuguaglianza non è un processo naturale e inevitabile, ma il risultato di scelte politiche, legislative e fiscali. Quando la crescita non viene accompagnata da strumenti redistributivi efficaci, il sistema tende a premiare chi possiede già capitale e partecipazioni, lasciando indietro la componente del reddito legata al lavoro.

L’organizzazione invita, quindi, il legislatore americano a considerare una riforma della tassazione dei grandi patrimoni, il rafforzamento della rete di protezione sociale e politiche più incisive a tutela del lavoro.

“Non è solo una questione economica – si legge nel rapporto – ma di equilibrio democratico”.