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Family office e intelligenza artificiale: come i super-ricchi investono nel boom dell’AI

Negli ultimi mesi, i family office delle grandi fortune globali stanno facendo sempre più notizia per il loro crescente interesse verso l’intelligenza artificiale. Non si tratta solo di qualche investimento occasionale, ma di vere e proprie operazioni milionarie che stanno contribuendo a plasmare il futuro del settore.

Bezos investe nell’IA

Un esempio lampante arriva dal family office di Jeff Bezos. A fine agosto, Bezos Expeditions ha co-guidato un round di finanziamento da 405 milioni di dollari a favore di Field AI, una startup di robotica che punta a ridefinire i processi industriali attraverso soluzioni basate su AI. All’operazione hanno partecipato anche altri nomi noti della finanza privata, tra cui Emerson Collective di Laurene Powell Jobs.

Ma Bezos non è l’unico a credere nella rivoluzione in corso. Hillspire, il family office dell’ex CEO di Google Eric Schmidt, ha partecipato negli ultimi sei mesi ad almeno sei round di finanziamento per startup AI, secondo i dati forniti da Fintrx a CNBC. Numeri che confermano una tendenza chiara: i grandi patrimoni familiari non vogliono restare spettatori di fronte a quella che molti definiscono “la più grande rivoluzione tecnologica dai tempi di Internet”.

L’approccio cauto: meglio le Borse che le startup

Nonostante i titoli sui grandi investimenti in startup, la realtà è più sfumata. Secondo un recente sondaggio condotto da Goldman Sachs su 245 family office di tutto il mondo, la maggioranza preferisce puntare sull’intelligenza artificiale tramite azioni quotate o ETF, piuttosto che su aziende private emergenti.

Il 52% degli intervistati ha dichiarato di avere esposizione al settore attraverso i mercati pubblici, mentre solo un quarto investe direttamente in startup di AI. E, a ben vedere, molti potrebbero avere un’esposizione ancora più ampia di quanto credano.

“Nove delle dieci società più capitalizzate dell’S&P 500 sono storie legate all’AI e rappresentano il 40% dell’indice”, ha spiegato Meena Flynn, co-responsabile della gestione patrimoniale globale di Goldman Sachs.

Il motivo di questa preferenza? I mercati pubblici appaiono oggi più “ragionevoli” dal punto di vista delle valutazioni. Le startup, negli ultimi anni, hanno spesso registrato valutazioni stellari che non sempre trovavano riscontro nella crescita effettiva. “Negli ultimi cinque anni, il divario di valutazioni tra mercati privati e pubblici è stato enorme. Molti family office hanno più fiducia nei mercati quotati”, ha aggiunto Flynn.

Oltre le startup: energia, produttività e settori collegati

Un altro aspetto interessante è che i family office non investono solo nelle aziende che sviluppano direttamente tecnologie di intelligenza artificiale, ma anche nei settori che beneficiano indirettamente di questa rivoluzione.

Il 38% ha dichiarato di puntare su società che usano l’AI per migliorare la produttività e l’efficienza, mentre il 32% si concentra su fornitori di energia, considerati fondamentali per alimentare la crescente domanda di potenza di calcolo. Secondo il report, il 27% degli intervistati si aspetta di aumentare l’esposizione verso energia e materiali nei prossimi 12 mesi.

Non sorprende, considerando che i data center e i modelli di intelligenza artificiale generativa hanno bisogno di enormi quantità di energia per funzionare. In questo senso, la transizione verso un’economia più “AI-driven” rischia di rimescolare anche le carte nel settore energetico.

Una generazione non “nativa digitale” che accelera

Tradizionalmente, i family office non sono noti per essere all’avanguardia tecnologica. Un report di Deloitte stima l’età media dei decisori a 68 anni: non certo la fascia più propensa a sperimentare le nuove tendenze digitali.

Eppure, con l’intelligenza artificiale le cose sembrano diverse. Secondo Jean Altier di Goldman Sachs, la differenza rispetto ad altre innovazioni — come blockchain o criptovalute — sta nel fatto che l’AI è già entrata nella vita quotidiana di tutti.

“Pensiamo alla funzione di ricerca di Google o agli assistenti virtuali: l’AI è già parte delle abitudini quotidiane”, ha spiegato Altier. “L’esposizione nativa all’intelligenza artificiale è arrivata molto più velocemente rispetto ad altre tecnologie emergenti.”

Public equity o private markets? La partita resta aperta

Nonostante la chiara preferenza per i mercati pubblici, gli esperti ricordano che per accedere a opportunità davvero innovative, spesso occorre guardare al privato. “Oggi ci sono circa 800 unicorni nel mondo. Con i tassi storici di IPO, servirebbero 12 anni per portarli tutti sul mercato pubblico, contro i 4 anni del periodo pre-pandemia”, ha sottolineato Flynn.

In altre parole, chi vuole davvero cavalcare l’onda dell’AI non può ignorare del tutto il mondo delle startup. Ma la prudenza regna sovrana: meglio bilanciare con investimenti quotati, considerati più solidi e trasparenti.