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Perdite più che raddoppiate a 248 milioni di dollari lo scorso anno per la celebre casa d’aste Sotheby’s. Lo riporta il Financial Times, secondo cui la società aveva registrato una perdita ante imposte da 106 milioni nel 2023, mentre ora risente dei continui cali di domanda per opere d’arte.
I numeri
Il quadro dei ricavi è altrettanto pesante: le commissioni sulle vendite sono diminuite del 18%, fermandosi a 813 milioni di dollari, mentre il fatturato complessivo è sceso del 23% a 6 miliardi di dollari, complice anche l’impatto delle recenti ristrutturazioni. Una dinamica che evidenzia la fragilità del settore: anche la rivale Christie’s ha chiuso il 2024 in calo, seppur in misura più contenuta, con ricavi a -6% per un totale di 5,7 miliardi di dollari.
Il dettaglio più sorprendente arriva dal personale. L’organico è sceso di appena 24 unità, ma i costi per buonuscite sono esplosi: 29,2 milioni di dollari contro gli 11,4 del 2023. Un conto sproporzionato, che solleva dubbi sulla governance e sulla capacità di contenere le spese in un contesto già fragile.
La storia
Sotheby’s resta un marchio iconico, nato nel 1744 come libraio antiquario, ma la sua estensione a settori collaterali — vino, diamanti, servizi finanziari — non è finora bastata a invertire la rotta. Patrick Drahi, che nel 2019 ha comprato la casa d’aste, portandola via da Wall Street con un deal da 3,7 miliardi di dollari, continua a spingere sulla diversificazione. Dopo aver coinvolto il fondo sovrano di Abu Dhabi ADQ (1 miliardo di dollari per il 24% del capitale), il magnate franco-israeliano scommette su un rilancio che oggi sembra sempre più difficile.
Vendite in caduta libera
Una parte del problema è il contesto di mercato. Nel primo semestre 2025 le vendite all’incanto di Sotheby’s, Christie’s e Phillips si sono fermate a 3,98 miliardi di dollari: -6% su base annua e minimo da oltre un decennio (escluso il 2020 pandemico).
Il tracollo dal picco del 2022 è di oltre 3 miliardi di dollari, pari a un -44%. Dopo il -19% del 2023 e il -26% del 2024, il trend resta allarmante. E il segmento chiave — il contemporaneo e post-bellico — ha perso un ulteriore 19% nella prima metà dell’anno.
L’arte arranca, la ricchezza vola
Il paradosso è che la crisi non nasce da un impoverimento dei collezionisti. Anzi: dal 2020 al 2025 il top 10% degli americani ha visto crescere la propria ricchezza di 37.000 miliardi di dollari, +45%. Borse, immobili e valutazioni societarie sono su nuovi massimi.
Christie’s, però, mostra come il mercato possa spostarsi altrove: le vendite d’asta totali sono rimaste stabili nella prima metà dell’anno grazie soprattutto al segmento lusso e online.
Le aste di gioielli e beni di pregio — inclusi auto d’epoca — sono cresciute del 29% a 468 milioni di dollari. Tra i pezzi simbolo, il diamante rosa “Marie-Therese”, attribuito a Maria Antonietta, aggiudicato per 14 milioni di dollari, e il “Blue Belle”, diamante blu intenso, battuto per 11 milioni.
Anche Sotheby’s ha sfruttato la corsa al gioiello, vendendo il “Mediterranean Blue” per 21,5 milioni dopo un’asta serrata a maggio.
A trainare la domanda sono soprattutto i collezionisti under 40: il segmento più competitivo è quello sotto i 50.000 dollari, mentre le opere sopra i 10 milioni hanno perso il 39% lo scorso anno. Al contrario, le vendite di lotti sotto i 5.000 dollari sono aumentate del 13%. Un cambio di paradigma che Christie’s cavalca con decisione: l’80% delle offerte è arrivato online e quasi un terzo delle aggiudicazioni da millennial e Gen Z.
