Quanto costa veramente un fondo comune a gestione attiva?

30 Aprile 2021, di Redazione Wall Street Italia

Quanto costa veramente un fondo comune a gestione attiva?

di Paolo Legrenzi

I cloni degli indici quotati a Piazza Affari vanno a formare il mercato Etfplus (Etf, Etc, Etn). Le masse nel primo trimestre 2021 sono cresciute a 108 miliardi di euro con un aumento di quasi il 36% rispetto a marzo 2020. Il controvalore scambiato nel trimestre 2021 è stato di circa 35 miliardi di euro. L’aumento è considerevole.

E tuttavia le masse totali, 108 miliardi, sono una infima percentuale dei risparmi degli italiani se messe a confronto con le masse di paesi come gli Stati Uniti. Lì è nato il mondo dei cloni, la più grande innovazione nel campo degli investimenti dell’ultimo mezzo secolo.

I cloni costituiscono da sempre una sfida ai fondi a gestione attiva. Il loro successo viene spesso spiegato con i costi di gestione molto bassi. La differenza è facilmente constatabile con la pagina dedicata agli Etf sul supplemento Plus24 pubblicato dal Sole 24 Ore il primo sabato di ogni mese.

La differenza tra i costi di gestione tra “attivi” e “passivi” è notevole. Non è però sufficiente a spiegare quanto vi costa “veramente” la scelta di un fondo a gestione attiva (i prodotti cioè che vengono normalmente offerti dalle banche ai clienti retail in quanto costruiti da società collegate alle banche stesse).

Fondo comune ed ETF: le differenze

Per spiegarmi considererò una categoria di fondi recentemente analizzata dal Sole24Ore (24-4-21, p. 22). Si tratta della categoria “Obbligazionari Paesi emergenti Eur”. I gestori attivi investono in bond coperti dal rischio cambio emessi sia dagli Stati sovrani che dalle società presenti nei cosiddetti paesi emergenti.
Possiamo valutare le prestazioni degli ultimi tre anni prendendo come riferimento il clone Etf che investe solo sui titoli governativi dei Paesi Emergenti. Si tratta di un criterio di confronto che in teoria dovrebbe favorire i gestori attivi. Questi hanno infatti più libertà di scelta dato che possono spaziare dai governativi alle società.

Risultato del confronto: solo 25 dei fondi a gestione attiva hanno performance maggiori dell’Etf. Ben 172 hanno performance minori. Sappiamo che è impossibile prevedere all’inizio di ogni triennio quali saranno i 25 fondi a gestione attiva che batteranno l’Etf di riferimento (mio blog del 15 aprile su questo sito).
Di conseguenza dovete aggiungere un costo addizionale rispetto a quello di gestione. Il costo addizionale deriva dalle differenze di prestazioni delle due categorie: Etf e gestioni attive. I confronti non basati su casi singoli ma su campioni tratti da popolazioni non sono spontanei e intuitivi (come ho cercato di mostrare nel mio blog del 13 aprile).

Il costo addizionale in questione è dato dalla probabilità di investire su un fondo attivo che sotto-performa rispetto all’Etf di riferimento. La probabilità è alta perché è data dal rapporto tra 25 e 172. In altre parole solo in meno di 7 casi su 100 la vostra scelta di uno dei fondi attivi di questo comparto sarà in grado di battere l’indice.

La preferenza per la gestione attiva si rivela azzardata perché in media vi costerà cara per due ordini di ragioni. La convenienza del clone rappresentativo del comparto è determinata infatti non solo dal costo di gestione che è, in media, meno della metà. Ma, soprattutto, dall’assenza di tale rischio addizionale di sotto-performance.
Concentrarsi solo sulla maggiore economicità dell’Etf fa trascurare il rischio connaturato alla scelta di un fondo a gestione attiva.

Ho scelto per il confronto questo comparto degli obbligazionari Paesi emergenti Eur perché sono in voga. In effetti i governativi dei paesi sicuri, quelli non emergenti, non rendono quasi nulla e non compensano l’inflazione. Il calcolo però si può fare per ogni comparto di fondi. Bisogna inoltre tenere presente l’orizzonte temporale.
Sui tempi lunghi, un costo di gestione annuo di più dell’1% superiore al costo dell’Etf che copre quel comparto crea un fardello per il gestore attivo. Compensare costantemente tale fardello fa sì che sui tempi lunghi l’Etf risulta difficilmente battibile. E’ arduo per ogni gestore restare nel top dei fondi a gestione attiva sovra-performanti di un dato comparto.

In conclusione chi opta per la scelta “attiva” accetta non solo la sfida del maggior costo di gestione, in media più del doppio, ma anche quella del rischio molto alto di sotto-performance, dato che questa avviene nella grande maggioranza dei casi. Non credo che si tratti di persone che si considerino fortunate o preveggenti (illudendosi di saper individuare un fondo attivo sovra-performante sui tempi lunghi). Più probabilmente non sanno fare bene i conti e/o si fidano ciecamente di chi consiglia loro la gestione attiva. Ma non abbiamo dati a questo riguardo, quindi sospendo il giudizio.

Fatto sta che, se un esperto vi illustra solo la differenza di costo, è un consulente che io definirei finanziario. Se un esperto vi spiega la differenza basata sul calcolo più completo dei “costi+rischi” per ogni comparto di Etf, e tiene conto dei comportamenti di scelta prevalenti delle persone (che sono inclini a cercare “il migliore” e non a rassegnarsi alla “media), allora è un consulente comportamentale (almeno secondo l’uso differenziato che faccio di questi due termini).
Una differenza basata su una pura convenzione linguistica, invero. L’importante è spiegarsi.