Private credit, JPMorgan pensa a criteri più restittivi per l’erogazione dei finanziamenti
Fonte: Getty
I crescenti timori verso una possibili crisi del mercato del private credit (credito concesso alla imprese dalle società di gestione e non dalle banche tradizionali) , un comparto che negli ultimi anni ha registrato una crescita rapidissima, trovano nuova conferma nell’ultima mossa della banca statunitense JPMorgan Chase. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il colosso bancario Usa avrebbe infatti svalutato parte dei prestiti detenuti nei portafogli di alcuni gruppi di private credit, decidendo al contempo di irrigidire i criteri di finanziamento verso il settore.
La decisione riguarda in particolare finanziamenti concessi a società software, considerate più esposte al rischio di discontinuità tecnologica legata allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. La riduzione delle valutazioni comporterà anche un limite alla quantità di capitale che la banca è disposta a prestare ai fondi di private credit utilizzando questi prestiti come garanzia.
Il timore di un impatto dell’AI sul settore software
Secondo quanto riferito dalle fonti citate dal quotidiano britannico, la revisione delle valutazioni nasce dalla percezione che molte aziende di software possano subire pressioni sui ricavi a causa della rapida diffusione di strumenti di intelligenza artificiale. Lo stesso amministratore delegato di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, avrebbe indicato agli investitori la necessità di maggiore prudenza nel concedere credito basato su asset software. Durante recenti incontri con operatori del leveraged finance, il banchiere ha sottolineato come la banca stia rivalutando il rischio di queste esposizioni.
Secondo diversi analisti, la combinazione tra rallentamento del settore tecnologico e accelerazione dell’innovazione nell’intelligenza artificiale potrebbe tradursi in un aumento dei default tra le società software più indebitate. Le stime indicano che il tasso di insolvenza sui prestiti tecnologici potrebbe crescere tra il 3% e il 5% entro il 2027. Un eventuale deterioramento del credito metterebbe alla prova l’intero ecosistema del private credit, che negli ultimi anni ha attratto capitali per centinaia di miliardi di dollari.
Riscatti in aumento nei fondi di private credit
La crescente attenzione sul rischio di credito sta alimentando un’ondata di riscatti da parte degli investitori. Tra i casi più osservati c’è il fondo HPS Corporate Lending da 26 miliardi di dollari gestito da BlackRock, che ha registrato un forte aumento delle richieste di rimborso.
Anche altri operatori stanno affrontando tensioni di liquidità. Blue Owl Capital ha imposto restrizioni permanenti ai prelievi su un veicolo di credito privato da 1,6 miliardi di dollari e ha ceduto prestiti per circa 1,4 miliardi a investitori istituzionali, tra cui fondi pensione e compagnie assicurative.
Il fenomeno segnala come la fiducia degli investitori in uno dei segmenti più dinamici della finanza alternativa stia iniziando a vacillare.
Un mercato cresciuto rapidamente
Il private credit – prestiti erogati da fondi e istituzioni non bancarie a imprese con profili di rischio più elevati o impegnate in grandi operazioni di buyout – ha conosciuto una crescita esplosiva nell’ultimo decennio, arrivando a rappresentare una fonte cruciale di finanziamento per molte società. Stiamo parlando di un mercato da 1.800 miliardi di dollari che ha erogato credito a condizioni spesso molto aggressive ad aziende molto spesso acquistate da fondi di private equity.
La flessibilità e la rapidità di erogazione hanno reso questo canale particolarmente competitivo rispetto al credito bancario tradizionale. Tuttavia, l’aumento dei tassi negli ultimi anni e le nuove incognite tecnologiche stanno mettendo sotto pressione la qualità dei portafogli. Il segnale inviato da JPMorgan Chase rappresenta quindi, per molti operatori, un altro campanello d’allarme sulla sostenibilità del modello di crescita del settore. A questo proposito, Lloyd Blankfein, ex amministratore delegato di Goldman Sachs, ha messo in guardia sul rischio crescente derivante dall’apertura dei mercati privati agli investitori retail, affermando che in questa fase del mercato c’è qualcosa che ricorda la crisi finanziaria del 2008, quella scoppiata per via mutui subprime.