Economia

Chip, nuova stretta americana alle esportazioni in Cina

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Nuovo capitolo nella guerra a distanza tra Usa e Cina. Questa volta giocata sul terreno della tecnologia. E in particolare dei semiconduttori. L’amministrazione Biden ha annunciato nuove restrizioni sulla vendita di chip e apparecchiature di produzione al gigante asiatico. Le nuove regole richiedono ai produttori di avere una licenza dal Dipartimento del Commercio per esportare semiconduttori e apparecchiature per la produzione di chip alle aziende cinesi.

Il Dipartimento del Commercio ha aggiunto 31 società cinesi alla lista delle aziende “non verificate”, ovvero quelle società di cui non si sa dove i prodotti vengono alla fine usati. Questo vuol dire che i fornitori americani troveranno dei paletti nel vendere le loro tecnologie a queste aziende.

La mossa dell’amministrazione Usa punta a compromettere le capacità militari e tecnologiche di Pechino. I semiconduttori sono utilizzati in una varietà di prodotti tecnologici diversi, dalle schede grafiche e veicoli elettrici ai progetti di Intelligenza Artificiale e alle apparecchiature militari. La mossa della Casa Bianca di limitare le vendite di chip statunitensi alla Cina è un tentativo di bloccare l’accesso di Pechino alla tecnologia americana prima ancora che il settore sia completamente maturo.

Gli Usa spingono sulla produzione interna di chip

La decisione segue la roadmap dell’amministrazione Biden di spingere sulla produzione interna dei semiconduttori. Una scelta segnata dall’approvazione ad agosto del Chips and Science Act da 280 miliardi di dollari, con 52 miliardi di dollari di sussidi per incoraggiare le aziende che scelgono di costruire impianti di produzione di chip negli Stati Uniti.

Una strada, quella degli Stati Uniti, seguita anche dall’Europa. Lo scorso agosto, Bruxelles ha approvato il nuovo European Chips Act: un piano da 43 miliardi di euro in denaro pubblico e privato per spingere la sua produzione di semiconduttori, passando dal 10% della quota di mercato mondiale di oggi al 20% entro il 2030.

Un obiettivo strategico ambizioso ma ad ostacoli, anche visti gli ingenti investimenti messi in campo dai principali rivali, amministrazione Biden compresa. L’obiettivo è quello di salvaguardare le forniture europee rafforzando la ricerca, gli impianti e la cooperazione tra i Paesi. Il tutto per evitare crisi future e interruzioni delle catene di approvvigionamento come quelle sofferte negli scorsi mesi. Anche perché la dipendenza dall’Asia è talmente forte che, se Taiwan dovesse smettere di esportare i chip, le fabbriche europee finirebbero in ginocchio.