Partite Iva: imposta fissa al 24%, molti ci perderanno

17 Ottobre 2016, di Daniele Chicca

Con l’imposta fissa sul reddito al 24% a perderci tra chi ha un’impresa e liberi professionisti saranno i commercianti con una ditta individuale e in generale gli imprenditori che vivono del proprio lavoro. Anche ad altre categorie, come le Partite Iva con il regime dei minimi o altri regimi forfettari, non converrà. guadagnarci con l’Iri targata 2017 saranno invece gli artigiani, sempre con ditta individuale, i commercianti con immobili locati e i dipendenti soci nella Sas con una quota in accomodante.

Sono gli esempi principali presi in esame dal Sole 24 Ore nel numero Norme e Tributi di oggi, per capire quale impatto avrà l’aliquota unica ‘flat’ del 24% sulle imprese italiane, sempre che la proposta superi gli cogli dell’iter parlamentare che inizia questa settimana.

Per calcolare quanto conveniente sia la nuova Iri introdotta con la manvora di bilancio 2017 bisogna prendere in considerazione tutta una una serie di fattori, tra cui l’entità del reddito, che determina il confronto con l’aliquota Irpef, ma anche l’incidenza degli utili prelevati dall’imprenditore. “Tra le altre variabili da considerare, ci sono le addizionali locali all’Irpef (assorbite dall’Iri per chi la sceglie) e la presenza di detrazioni “personali” o altri redditi dell’imprenditore. Da valutare anche l’eliminazione dei limiti per il riporto delle perdite”, spiega il quotidiano di Confindustria.

Il primo esempio che viene fatto è quello relativo a un’impresa-tipo di autotrasporti, che nel modello Unico 2018 potrebbe scegliere di ricorrere alla nuova Iri. Sempre che la tassazione separata convenga. Dopo aver tenuto conto del livello del reddito, della quantità di “prelievi” di utili effettuata dall’imprenditore, dell’incidenza delle addizionali all’Irpef, che varia da regione a regione, della presenza di detrazioni personali e di altri redditi accanto a quello d’impresa, un altro “fattore determinante è l’incrocio tra aliquote e base imponibile”.

Chi opterà per lasciare le cose come stanno e rifarsi alla tassazione ordinaria, spiega il giornale, di norma pagherà aliquote più alte, “perché anche chi ricade nel primo scaglione Irpef (23%) deve spesso aggiungere l’addizionale comunale e regionale, con un’incidenza media intorno al 2% e punte molto più elevate in alcune zone”. “A Roma, ad esempio, l’Irpef comunale è allo 0,9% (con esenzione per redditi fino a 12mila euro), mentre quella regionale all’1,73% fino a 15mila euro e al 3,33% per importi superiori. Al tempo stesso, però, la tassazione ordinaria offre il vantaggio di poter dedurre dall’imponibile i contributi previdenziali e “scaricare” sull’Irpef lorda eventuali detrazioni personali (ad esempio per spese mediche, mutuo o figli a carico)”.

“Attenzione, però, perché anche i prelievi degli utili dell’anno escono dall’area dell’Iri e confluiscono nel reddito complessivo. Quindi, un imprenditore con un’elevata incidenza di prelievi potrebbe comunque salvare le detrazioni. Lo stesso vale per chi ha redditi diversi da quelli d’impresa, come il lavoratore dipendente che sia anche accomandante nella Sas di famiglia (terzo esempio nel grafico a fianco) o il commerciante che possiede immobili locati (quarto esempio). In quest’ultimo caso, però, va posta un’avvertenza: se il contribuente dovesse optare per la cedolare sulle locazioni abitative, si troverebbe di fatto a beneficiare di due regimi alternativi all’Irpef e rischierebbe di non poter sfruttare eventuali bonus personali”.

Insomma, in sintesti chi dovesse prelevare un importo importante degli utili per impiego personale – è il caso soprattutto degli imprenditori individuali che vivono del proprio lavoro – “potrebbe avere una scarsa convenienza a scegliere l’Iri, proprio perché gran parte del reddito cadrebbe comunque nella tassazione ordinaria”.

“In più, c’è un fattore di convenienza per così dire “indiretta” da pesare attentamente. L’Iri, infatti, è riservata solo a chi esercita attività d’impresa in contabilità ordinaria. Quindi le imprese in contabilità semplificata dovrebbero rinunciare ai vantaggi in termini di adempimenti e di tenuta dei registri per poter accedere alla tassazione proporzionale“.

Senza contare il fatto che chi usufruisce già di regimi agevolati, come tutte le partite Iva con un’imposta unica minima del 15%, ha già il diritto a una tassazione sostitutiva (quindi comprensiva di imposte sui redditi, addizionali e Irap) e non avrebbe alcun interesse a passare alla nuova Iri, dal momento che non risulterebbe conveniente.

Fonte: Il Sole 24 Ore