UBP: tre rischi all’orizzonte per la ripresa economica

20 Maggio 2020, di Norman Villamin (UBP)

Le azioni globali hanno registrato un rally del 29% dai minimi di fine marzo ai picchi di aprile, mentre i nuovi casi giornalieri di COVID-19 si sono stabilizzati e i governi globali si sono mossi rapidamente per mitigare le ricadute economiche dei lockdown.

Vediamo però tre rischi chiave all’orizzonte: una seconda ondata epidemica negli Stati Uniti, aumento della tensione geopolitica tra USA-Cina e frammentazione politica nell’area euro.
Per questo, sebbene l’entità degli stimoli monetari e fiscali forniti dai governi globali sia destinata ad accorciare la durata e a ridurre la profondità della crisi economica in corso, un rimbalzo a V appare eccessivamente ottimistico a nostro avviso.

Mentre le politiche di lockdown cominciano ad attenuarsi in diversi Paesi, si temono nuove epidemie, soprattutto negli USA. Fortunatamente, gli stati di New York e del New Jersey, hanno visto un picco e una costante diminuzione delle infezioni giornaliere dall’inizio di aprile. Tuttavia, guardando al resto del Paese, gli USA hanno mostrato pochi progressi nel rallentare il ritmo delle infezioni quotidiane. Anche se i forti cali di New York e del New Jersey sono significativi, poiché questi due stati rappresentano insieme il 9% della popolazione americana e il 10% del PIL statunitense, gli stati della California (12% della popolazione USA e 15% del PIL) e del Texas (9% della popolazione e del PIL), stanno registrando, entrambi a maggio, infezioni medie giornaliere che superano del 20-25% la media di aprile.
Ciò suggerisce che, come minimo, le possibilità di un rimbalzo sostenuto guidato dai consumi, quando i lock-down si allenteranno, dovrebbero essere in qualche modo limitate. Sullo sfondo si nasconde il rischio di una seconda ondata epidemica che porti al ripristino dei lockdown, come si è visto di recente a Singapore. Questo rimane un rischio credibile per i mesi a venire.

Per quanto riguarda invece le tensioni Usa-Cina, nelle ultime settimane le mosse intraprese dai due Paesi suggeriscono che la più ampia lotta egemonica tra le due maggiori economie del mondo sia destinata a spostarsi verso nuovi campi di battaglia. Gli Stati Uniti hanno adottato misure che, a nostro avviso, gettano le basi per un attacco potenzialmente più ampio all’economia cinese che vada oltre il semplice commercio, come si è visto nel 2018-2019.
In particolare, la Casa Bianca ha recentemente dato istruzioni ai funzionari del governo federale che si occupano dei piani pensionistici di astenersi dall’utilizzare parametri di riferimento che includono le azioni cinesi – vietandone di fatto l’acquisto. Sebbene di piccole dimensioni (circa 50 miliardi di dollari), la mossa riflette un nuovo modo per gli Stati Uniti di attaccare la Cina, attraverso la sua dipendenza dall’accesso al mercato dei capitali statunitensi.

Se gli Stati Uniti si muovessero più rapidamente per tagliare l’accesso cinese al capitale in dollari, ciò si rivelerebbe probabilmente destabilizzante per i mercati globali dei capitali, poiché questi si basano sul libero flusso di dollari per facilitare l’attività globale. Oltre a questo, gli Stati Uniti si sono anche mossi per continuare a limitare l’accesso della Cina alle tecnologie chiave che potrebbero consolidare il suo predominio nel 5G e ridurre la dipendenza della Cina dai fornitori stranieri negli anni a venire. Se gli Stati Uniti dovessero andare avanti, la Cina dipenderebbe da uno dei tre fornitori – Stati Uniti, Corea e Taiwan – per l’accesso a chip avanzati necessari per le sue ambizioni tecnologiche di prossima generazione. Questa mossa potrebbe rappresentare un tentativo più ampio di limitare le ambizioni cinesi in tutta la catena di fornitura della tecnologia.

Sebbene la Cina si sia impegnata ad aumentare le importazioni agricole per ottenere il favore degli stati agricoli in vista della campagna elettorale di Trump, non è chiaro se questi sforzi saranno sufficienti a distogliere i falchi americani dal loro nuovo percorso. L’unica domanda, a nostro avviso, è se un confronto su questo asse avverrà prima delle elezioni presidenziali di novembre o poco dopo. Le mosse recenti aumentano il rischio che la prima ipotesi sia sempre più probabile.

L’ultimo nodo riguarda infine l’Europa. Vincendo la battaglia con il coronavirus, l’Eurozona sarà ora costretta ad affrontare la guerra, ovvero il completamento del progetto Euro – e bisognerà vedere se i suoi membri saranno disposti a fare i prossimi passi verso un’unione monetaria e fiscale. Se le pressioni politiche in Italia dovessero accelerare, con il risultato di un confronto più rapido del previsto, allora comincerebbe a prendere forma un ulteriore shock per l’economia globale.

In questo contesto, abbiamo consigliato agli investitori di espandere le strategie asimmetriche risk-off all’interno dei portafogli, data l’asimmetria – limitata al rialzo, significativa al ribasso – del rischio/rendimento offerto dai mercati.

Come all’inizio dell’anno, riteniamo che l’oro continui a rappresentare un’interessante riserva di valore per gli investitori, poiché le banche centrali cercano sempre di più di monetizzare le sfide che l’economia globale si trova ad affrontare. Infatti, nonostante l’aumento del 14% da inizio anno, l’oro continua a sottovalutare la politica monetaria “whatever it takes” della FED.

Tuttavia, a differenza di quanto accadeva all’inizio del 2020, con i tassi di interesse allo zero bound, i titoli di stato USA a lungo termine non offrono più lo stesso bene rifugio che avevano precedentemente fornito agli investitori. Invece, con un potenziale di rialzo limitato e un potenziale di ribasso significativo, riteniamo che tali posizioni si collochino in maniera asimmetrica rispetto agli investitori che guardano al futuro.
Continuiamo invece a guardare con interesse a quelle valute che rappresentano un bene rifugio – lo yen giapponese e il franco svizzero – come alternative, soprattutto per gli investitori con riferimento al dollaro USA.
Per gli investitori che continuano a detenere posizioni rischiose in titoli azionari, siamo sempre più propensi, proprio come a gennaio, a privilegiare le strategie su opzioni e a mantenere la nostra esposizione a titoli di alta qualità e ai fondi hedge long/short come scudo contro potenziali drawdown.