Editoriali

L’energia negativa della paura

Siamo schiavi dell’energia. È un dato di fatto: da quando lo sviluppo tecnologico ha messo a disposizione dell’uomo grandi quantità di energia, il mondo ha cominciato a correre, raggiungendo i picchi di massimo progresso che stiamo vivendo proprio in questi anni.
Basta poco, però, perché dal benessere si passi a tempi più “bui”, e non si tratta solo di un modo di dire. Quello che sta accadendo con il blocco dello stretto di Hormuz rischia di generare difficoltà tali da riportare indietro le lancette della crescita.
La globalizzazione ha bisogno di energia; qualsiasi attività ne ha bisogno, e i data center dell’IA ne richiedono ancora di più. Se il tempo della chiusura dello stretto dovesse allungarsi…
Tuttavia, prima di fasciarci la testa, sarebbe interessante fare un salto indietro nel tempo fino al 1973. Allora alla presidenza del Consiglio c’era Mariano Rumor. Fu lui, con un discorso di pochi minuti, a decretare con un vero e proprio de profundis che l’impennata del costo del petrolio (passato in poche settimane da 3 a 12 dollari) rendeva indispensabili scelte drastiche. Scelte che portarono all’austerity, alle domeniche a piedi in città e a quella che sembrava la fine del mondo per come lo avevamo conosciuto fino ad allora. E invece il mondo ha ripreso a correre pochi mesi dopo quella dichiarazione, e non ha mai smesso di farlo fino a oggi.
Invece di puntare solo su una riduzione del prezzo del greggio, si scommise sull’efficienza dei motori. Ad esempio, la Fiat inventò un motore Fire che portò i consumi da 3-4 chilometri al litro a 16-18. L’efficienza era una delle strade percorribili, così come le energie rinnovabili. Anche la crisi del 2008 portò il petrolio a prezzi record, che stimolarono però la nascita di nuove tecnologie estrattive: con il fracking, gli Stati Uniti sono diventati il più grande produttore al mondo di greggio.
Insomma, sebbene la crisi possa apparire grave, non dimentichiamoci che è proprio nei momenti di difficoltà che l’ingegno si aguzza, permettendoci di trovare altre strade, altre soluzioni e di poter contare su una nuova, e forse ancor più florida, stagione di sviluppo.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di giugno 2026 del magazine Wall Street Italia. Clicca qui per abbonarti.