LA DEBOLEZZA DELL’EURO NON E’ UNA MALATTIA

11 Maggio 2000, di Redazione Wall Street Italia

Povero euro, umiliato e offeso. Persino la Banca centrale europea, la “mamma” della divisa unica, dice apertamente che la moneta e’ sottovalutata.

Qualcuno si decida a fare qualcosa – suggeriscono in molti – si ponga fine a questa disumana sofferenza.

Ma la debolezza dell’euro non e’ una malattia; si tratta piuttosto del sintomo piu’ evidente di un’antica differenza strutturale fra l’economia europea e quella americana.

Gli investitori, mentre guardano all’alto tasso di disoccupazione e alla lenta crescita dell’Europa, diventano sempre piu’ impazienti e scettici sulla possibilita’ che un serio processo di ristrutturazione venga avviato.

Non bisogna dimenticare che i mercati valutari sono estremamente efficienti: ogni giorno gli operatori passano di mano migliaia di miliardi di dollari in ogni tipo di valuta e analizzano al microscopio qualsiasi notizia che possa avere ripercussioni sui cambi.

La straordinaria crescita dell’economia americana ha cosi’ convinto gli investitori che negli Stati Uniti le possibilita’ di guadagno sarebbero state maggiori rispetto a quelle offerte dall’Europa.

Senza contare che la reputazione della Federal Reserve, la Banca centrale Usa, e’ imbattibile quando si parla di lotta all’inflazione e la certezza che progressivi rialzi sui tassi d’interesse interbancario sono all’orizzonte, non fa altro che alzare il premio per chi investe negli Stati Uniti.

L’euro e’ debole, questo e’ fuori discussione, ma e’ davvero un fatto cosi’ terribile? La debolezza della divisa unica richiama investimenti dall’estero e da’ impulso alle esportazioni. Orde di turisti americani saranno allettati a scorazzare per il Vecchio Continente durante la prossima estate grazie al cambio favorevole.

Rimane il problema che una moneta debole richiama l’inflazione. Tutte le banche centrali aborrono l’inflazione, ma la BCE e’ obbligata per legge a mantenerla al di sotto del 2%.

Le paure della BCE riguardano soprattutto l’inflazione importata, quando di fatto sono stati i prezzi petroliferi, in seguito alla crisi con l’Opec, a minacciare gli equilibri dell’import-export. L’inflazione in Europa rimane bassa.

La Banca centrale europea sta cercando di difendere la sua moneta agendo sui tassi d’interesse: due aumenti negli ultimi due mesi. Il rischio pero’ e’ che l’alto costo del denaro finisca per scoraggiare gli investimenti e deprimere le borse piuttosto che farle decollare.

Questo senza alcuna certezza che le manovre sui tassi raggiungano l’obiettivo di far riprendere l’euro.

L’euro si rafforzera’ soltanto con la ripresa dell’economia europea. Come economista ripeto da anni la stessa cosa: il Vecchio Continente e’ danneggiato da un pasticcio di regole inflessibili che paiono disegnate apposta per impedire che accada cio’ che e’ necessario, una crescita dinamica del capitalismo.

Le priorita’ dell’Europa in tema di politiche sociali hanno garantito a molte nazioni un’eccellente diffusione del benessere, ma a spese di un tasso di disoccupazione che facilmente supera il 10%.

La disoccupazione strutturale, quella che non si riduce neppure nei periodi di crescita economica, e’ molto piu’ alta in Europa di quanto non sia mai stata in Usa.

Sino a quando le legislazioni impediranno alle aziende di decidere con maggior liberta’ licenziamenti e assunzioni, le potenzialita’ dell’Europa – e quindi dell’euro – rimangono limitate.

Gli economisti a questo punto possono solo sperare che i passi che l’Europa sembra intenzionata a compiere per cambiare la situazione non restino lettera morta.

Dan Green e’ un economista che collabora con il centro di ricerche economiche Dismal.