Inflazione è strutturale, salta il modello di allocazione 60/40: l’allarme di Jp Morgan
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L’inflazione potrebbe non rappresentare più una parentesi legata alla pandemia o alle tensioni geopolitiche, ma diventare una componente strutturale dell’economia globale. È il messaggio lanciato da JPMorgan Chase, secondo cui gli investitori starebbero entrando in una nuova fase caratterizzata da shock inflazionistici “a ondate”, capaci di erodere lentamente la ricchezza finanziaria.
Nel report diffuso dalla divisione private bank Usa, gli strategist dell’istituto parlano apertamente di un “silent risk to wealth”, un rischio silenzioso per i patrimoni, alimentato da una crescita dei prezzi persistentemente superiore al target del 2% fissato dalla Federal Reserve. L’ipotesi centrale non è quella di una fiammata temporanea, ma di un’inflazione più “appiccicosa” rispetto all’era pre-Covid, in cui nuovi shock, energetici, geopolitici o commerciali, potrebbero susseguirsi con frequenza crescente.
Il ritorno dello spettro anni Settanta
Il riferimento storico evocato dagli analisti è quello della crisi inflazionistica degli anni Settanta, culminata nel 1980 con prezzi al consumo negli Stati Uniti vicini al 14%.
Secondo JPMorgan, lo scenario più estremo appare oggi meno probabile, soprattutto perché manca, almeno per ora, una spirale salari-prezzi paragonabile a quella che alimentò l’inflazione di mezzo secolo fa. Il mercato del lavoro americano, pur resiliente, non mostra una dinamica salariale fuori controllo.
Il rischio principale sarebbe tuttavia un altro: la normalizzazione degli shock. Se rincari energetici, tensioni commerciali e crisi geopolitiche si ripetono in rapida successione, famiglie e imprese finiscono per incorporare aspettative di inflazione più elevate nelle proprie decisioni economiche, come successo negli anni Settanta.
Guerra con l’Iran e petrolio: il nuovo detonatore
A riaccendere i timori è soprattutto il nuovo shock energetico provocato dal conflitto con l’Iran, che ha spinto il petrolio ai massimi da anni e provocato forti tensioni sulle catene energetiche globali.
Per JPMorgan, l’economia americana arrivava già a questo appuntamento con un’inflazione ancora ostinatamente elevata: a marzo l’indice dei prezzi al consumo viaggiava al 3,3% annuo, sostenuto soprattutto dall’energia. I mercati attendono ora i prossimi dati macroeconomici statunitensi per valutare quanto l’aumento del greggio (oggi il petrolio Wti al Nymex guadagnato 2,65 dollari, il 2,78%, a 98,07 dollari al barile ndr) si stia trasferendo all’economia reale, dai trasporti ai beni di consumo.
Nel frattempo, la banca osserva come gli ultimi anni abbiano già prodotto una sequenza quasi ininterrotta di shock inflazionistici: prima la pandemia, poi la guerra tra Russia e Ucraina, ora le tensioni mediorientali.
Il portafoglio 60/40 sotto pressione
Le implicazioni per gli investitori potrebbero essere profonde. Il tradizionale modello di allocazione 60/40, 60% azioni e 40% obbligazioni, rischia di perdere efficacia in un contesto di inflazione persistente.
Storicamente, i bond rappresentavano la componente difensiva capace di compensare le fasi di debolezza azionaria. Ma se inflazione e tassi restano elevati più a lungo, anche le obbligazioni possono subire perdite simultanee insieme ai mercati equity. Secondo JPMorgan, la correlazione tra azioni e bond potrebbe ormai essere “strutturalmente più alta” rispetto al passato, riducendo i benefici della diversificazione tradizionale.
Materie prime, infrastrutture e real estate come copertura
Per difendersi da uno scenario di inflazione volatile e ricorrente, la banca suggerisce di guardare agli asset collegati alle materie prime. Vengono indicati come possibili strumenti di copertura i titoli legati al comparto energetico e delle commodity, le infrastrutture, l’immobiliare reale e gli asset capaci di trasferire rapidamente l’aumento dei prezzi sui consumatori. Le commodity, osservano gli strategist, tendono storicamente a registrare performance solide nelle fasi di accelerazione inflazionistica.
Le preoccupazioni di JPMorgan si inseriscono in un filone ormai diffuso tra i grandi operatori finanziari americani. Già nel 2024 BlackRock aveva parlato di una possibile “inflation rollercoaster” (inflazione sulle montagne russe), con rimbalzi periodici dei prezzi prima di un eventuale rientro stabile. Anche Charles Schwab aveva ipotizzato un’inflazione “a macchie”, alimentata dall’impatto dei dazi commerciali e dalla frammentazione geopolitica.
Il timore condiviso è che l’economia globale stia entrando in una fase meno lineare rispetto ai decenni precedenti: crescita più volatile, prezzi energetici instabili e banche centrali costrette a convivere con un’inflazione più alta del previsto.