CdP: rete di conflitti di interesse coi nostri soldi

9 Agosto 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Il suo patrimonio, la Cassa depositi e prestiti, lo deve ai buoni fruttiferi di pensionati, giovani e famiglie, cosi’ come i soldi versati alle Poste sui libretti. Denaro pubblico che viene reinvestito per salvare aziende e banche senza compromettere il bilancio del debito pubblico governativo.

I soldi di 12 milioni di risparmiatori vengono reinvistiti anche in progetti di infrastrutture o per acquistare quote societarie dei big dell’industria nostrana, al fine di salvaguardarne “l’italianità”. Grazie a un decreto ministeriale approvato nel 2011 sotto Tremonti e confermato dai suoi successori Grilli e Saccomanni, la CdP può acquistare partecipazioni in imprese e settori considerati strategici.

Lo può fare attraverso il Fondo strategico (FSI) di cui la Cassa detiene il 90% e il cui primo intervento è stato un assegno da 4 miliardi a favore di Finmeccanica. L’altro 10% è in mano al Tesoro tramite Fintecna. In una articolata rete di partecipazioni, il Tesoro stesso controlla a sua volta il 70% di CdP (noncè il 30% di Finmeccanica). Per un gioco di conflitti di interessi tipicamente italiano, Alessandro Pansa è il direttore generale del gruppo della Difesa, ma al contempo uno dei membri del CdA di Fsi.

Un altro esempio lo offre il caso del progetto delle nuove autostrade BreBeMi nella Regione Lombardia, finanziato dalla Cassa. Tra i soci azionisti della concessionaria lombarda figura Serravalle, controllata a sua volta dalla Provincia di Milano. Il cui presidente, Guido Podestà è anche memrbo del CdA di CdP.

Un ultimo caso eclatante che dimostra come sia contorto e anticoncorrenziale il sistema di intrecci di potere così architettato lo offre il ruolo svolto in tutto questo da Vito Gamberale, amministratore delegato del fondo F2i (Fondo italiano per le infrastrutture), con un passato in Telecom, Sip, Eni e Benetton.

Il dirigente del fondo quasi sovrano – una sorta di gruppo di gestione del risparmio (Sgr) con una disponibilità di circa 2 miliardi che detiene quote in diverse aziende attive nei principali settori strategici italiani, influenzandone le scelte – ha incontrato il Capo dello Stato Giorgio Napolitano il 17 luglio scorso, proprio mentre veniva messo a punto il Decreto del Fare che è appena diventato legge. I contenuti del colloquio sono tuttora ignoti.

Ma il fatto che il Fondo eserciti un’influenza in settori come gas, idrico, trasporti, aeroporti, banche e telecomunicazioni, porta a pensare che Gamberale potrebbe aver provato a fare valere i suoi interessi partigiani. F2i ha quote di partecipazione nelle tre pincipali banche del paese, Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi, ma anche in Enel Rete Gas, Infracis, Meditteranea delle Acque e Metroweb. Il presidente di quest’ultima, acquistata dal Fondo nel 2011 per 436 milioni, è Franco Bassanini, che è anche il chairman di CdP. Il cerchio si chiude.

Come racconta Report, la CdP ha girato negli ultimi tempi anche 18 miliardi alle banche “per bypassare la strozzatura del credito”, come denuncia il servizio inchiesta “Un tesoro di Cassa”. Da allora oltre cinquantamila piccole medie imprese ne hanno tratto vantaggio.

“C’è ancora spazio per aumentare i suoi impieghi e per forzare il passo allo sviluppo del Paese”, che dice Stefania Rimini nel servizio della Rai “ne avrebbe tanto bisogno: dalla banda larga ai servizi pubblici locali, all’energia”. Ecco allora che il governo annuncia l’intenzione di presentare ai mercati in autunno un piano di privatizzazioni e attrazione degli investimenti, nel quale “è evidente che la Cdp sarà parte di questo lavoro“.

Lo ha affermato oggi il premier Enrico Letta, secondo cui “fa parte di questo il fatto che il perimetro della Cassa depositi e prestiti è aumentato”. “Il tema delle reti – ha aggiunto il presidente del Consiglio in una conferenza stampa a palazzo Chigi – è un tema su cui si riflette e si ragiona, ma non vorrei dire altro”. Tradotto: anche Telecom Italia potrebbe finire fagocitata dal centauro pubblico-privato, che può contare un arsenale da diverse centinaia di miliardi di dollari (223 a fine 2012).

Letta, in realtà, non si è sbilanciato sull’ipotesi di un ingresso della Cdp nel capitale di Telecom. “Intorno a questo tema – ha detto – ci sono evoluzioni e discussioni, ma questo esula dal tema di oggi. Per adesso non si parla di ipotesi di questo genere”.

Ma appare ormai evidente che, come ha suggerito il Wall Street Journal qualche settimana fa, la CdP diventerà presto la nuova Mediobanca. Non limitandosi più, dunque, al suo ruolo di finanziere di enti locali (da statuto), ma comportandosi come un vero e proprio fondo sovrano che investe a scopo di lucro non all’estero ma sul territorio nazionale.

Compromettendo una sana concorrenza, in un modus operandi tipicamente italiano in cui interesse pubblico e privato sono mescolati alimentando conflitti di interesse distorti.