Calo spread aiuta casse Stato. Ma gli italiani quando tireranno un sospiro di sollievo?

3 Gennaio 2013, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Il prezzo è stato altissimo: tre manovre per 82 miliardi in un anno e una pressione fiscale cresciuta dal 42,5 al 44,7% in dodici mesi. La missione però – almeno per ora – è compiuta: lo spettro del caro spread è stato esorcizzato.

E il crollo del differenziale tra Btp e Bund (“un imbroglio” per Berlusconi) dai 575 punti dell’era del Cavaliere ai 283 di chiusura ieri regala all’Italia risparmi potenziali di 50 miliardi in tre anni e una bella boccata d’ossigeno alla vigilia delle elezioni.

In attesa messianica che i benefici del calo dei tassi, già evidenti nei conti del Tesoro, si facciano sentire nelle tasche di famiglie e imprese.

I risparmi dello Stato

Quanto vale lo spread per le casse dello Stato è evidente nei numeri. A fine 2011, con l’Italia nella bufera e la forbice tra i decennali tricolori e quelli tedeschi a quota 501, via XX settembre era stata costretta a pagare interessi del 3,25% per riuscire a collocare sul mercato i Bot semestrali. Oggi l’aria è cambiata, “l’imbroglio” viaggia 200 punti più in basso. E una settimana fa 8,5 miliardi degli stessi titoli sono stati venduti senza difficoltà con un tasso crollato allo 0,94%.

Solo su quest’operazione, facendo i conti della serva, il Tesoro ha risparmiato 200 milioni. E visto che la voce degli interessi sul debito è una delle principale uscite dell’Italia Spa (nel 2012 sono stati pari a 86 miliardi, il 5,5% del Pil, otto in più dell’anno prima) ogni centesimo di calo dello spread si traduce istantaneamente in un ritorno netto per i conti tricolori: 100 basis point di differenziale in meno tra Bund e Btp – calcola Banca d’Italia – regalano all’Italia 3,1 miliardi di risparmi sul servizio del debito il primo anno, 6,2 il secondo e 8 il terzo. Come dire che il dimezzamento dello spread ci ha evitato un salasso di una cinquantina di miliardi in più in tre anni.

L’emergenza, naturalmente, non è alle spalle. A far calare la febbre dei Btp, oltre al lavoro del governo Monti, è stato il bazooka di Mario Draghi: l’iniezione di mille miliardi di liquidità nel sistema e il varo dello scudo salva spread che hanno fatto respirare tutti i titoli dei Paesi in difficoltà. La crisi dei debiti sovrani però non è risolta e non a caso il Tesoro ha deciso di approfittare di questa tregua e del ritorno degli investitori stranieri (nelle ultime aste avrebbero acquistato circa il 40% di Bot e Btp) per riorganizzare il nostro debito pubblico. Obiettivo: riallungarne la “vita”.

A fine 2011 la scadenza media della nostra esposizione era di 7,2 anni. Adesso, complice l’emissione di molti titoli a breve per non pagare interessi stellari, è scesa a 6,5. Approfittando di un 2013 di aste “leggere” – quest’anno sono previsti 400 miliardi di emissioni contro i 440 dello scorso anno – si proverà a rialzare l’asticella verso i sette anni.

Il rebus di famiglie e imprese

L’Italia, insomma, festeggia il mini-spread. Gli italiani, per ora, un po’ meno. L’onda lunga dei cali dei tassi non è arrivata ancora a lambire le tasche di famiglie e imprese. I rendimenti dei nostri titoli di Stato sono crollati, quelli dei mutui no. Il costo medio di un prestito per comprare casa, certifica Banca d’Italia. è salito dal 3,4% del 2010 al 4,2% di oggi.

Perché? Perché le banche – malgrado l’aiutino di Draghi – faticano a finanziarsi a prezzi accettabili e hanno aumentato dall’1,5% di tre anni fa al 4,1% lo spread che applicano all’Euribor a tre mesi, il parametro su cui si calcolano gli interessi dei prestiti per la casa.

Risultato: l’Euribor è crollato, ma i consumatori pagano oggi tassi superiori di 80 centesimi rispetto a quelli di fine 2010, quando lo spread viaggiava ai livelli attuali. Stesso discorso per le imprese che, causa caro-tassi, nel 2012 hanno pagato un pedaggio di 15 miliardi di interessi in più al rialzo dei tassi. Cento punti di spread in meno, dice via Nazionale, dovrebbero tradursi in tre mesi in una riduzione di 70 centesimi del costo del loro debito.

E invece “nisba”: a novembre 2011 – quando lo spread era a quota 575 – gli imprenditori tricolori pagavano interessi medi (dati Bce) del 5,85%. Oggi, con il differenziale a 283, siamo poco sotto a questo livello da incubo.

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