ANCHE LA GERMANIA VA MATTA PER LA BORSA

17 Marzo 2000, di Redazione Wall Street Italia

Per quattro decenni di fila la grande locomotiva tedesca ha viaggiato
tranquilla e sicura sui binari armonici e prestabiliti dell‘ ‘economia
sociale di mercato’. Perno dei quali era la famosa pratica della
Mitbestimmung aziendale, ossia il consenso e la cogestione fra sindacati ed
impresa (nei cosiddetti vertici dei ‘Consigli di sorveglianza‘
aziendale).

A partire dal 1996 invece – fatidica data della prima Going Public
della Deutsche Telekom – l‘azienda Germania ha innestato una sorta di
biturbo nel suo motore. Spinta cioé da un lato dalla nuova ondata delle
‘megafusioni’ aziendali (vedi per tutte quella epocale della
DaimlerChrysler, o la più eclatante e recente della Mannesmann in Vodafone).

E
pilotata dall‘altro dal gusto sempre più diffuso fra i tedeschi della
cultura azionaria: due decisive ‘valvole’ in più che stanno dando sempre più
sprint e grinta al ‘made in Germany’. Non sono frasi fatte, ma elementi concreti
che caratterizzano oramai anche a livello quotidiano
l‘economia e la vita tedesca.

L‘unico quotidiano a diffusione nazionale, ad
esempio, fondato di recente in Germania – dopo il foglio della Taz,
lanciato oltre due decenni orsono – è non a caso (anche se inconfondibile
nella sua carta rosa) il nuovissimo ‘Financial Times Deutschland’. Un
quotidiano che si aggiunge così all‘unico organo sinora esistente – il
noiosetto ‘Handelsblatt’ del gruppo Holtzbrinck – nell‘edicola d‘economia
tedesca.

Che invece, per quanto concerne settimanali e Magazine
d‘economia e finanza, sta letteralmente traboccando con sempre nuove testate:
dal gruppo Bertelsmann a Springer a Burda, ogni grande gruppo
editoriale possiede infatti almeno un magazine sull‘argomento.

„Finanzplatz“:
questo il titolo – ‚piazza finanziaria‘ cioé – del nuovo Talkshow appena
lanciato sugli schermi e in prima serata dall‘emittente N-Tv di
Berlino. Mentre il nuovissimo canale di sole notizie N 24 progetta di
infarcire i suoi palinsesti persino al 50 per cento con informazioni di
economia.

„IN Germania“, attesta una recente analisi del ‚DAI‘ (Istituto
dell‘azionariato tedesco‘), „registriamo il continuo aumento
dell‘azionariato privato“. Di fatto, solo nel 1999 oltre mezzo milione di tedeschi
hanno cominciato ad investire i risparmi in titoli: vale a dire che sino
ad oggi oltre otto milioni di tedeschi (il 10 per cento del totale
dunque) possiede titoli o Fonds. „E il trend della cultura azionaria“,
assicura Rüdiger von Rosen del Dai, „è ancora in pieno sviluppo in
Germania“.

Né ci son dubbi sul fatto che tale trend rimonta per l‘appunto
alla prima quotazione in Borsa di Deutsche Telekom nell‘autunno del ’96,
che ha sbloccato le ataviche riserve dei tedeschi rispetto alle Piazze
d‘affari. E il bello è che non solo il titolo con la T rosa-fuxia della
Deutsche Telekom continua ad esser da allora il beniamino preferito del
risparmiatore tedesco (tant‘è che nell‘ultimo anno esso è saltato dai
42 Euro del marzo ’99 ai 103 Euro del 3 marzo scorso). Ma inoltre che Ron Sommer
di Deutsche Telekom – dall‘alto dei suoi 50 milioni di abbonati alla
telfonia fissa, ed oltre 9 milioni di abbonati alle linee ‘D1‘ della telefonia
mobile – annuncia ora per l‘entrante primavera una doppia strategia.

Tanto per cominciare, la nuova Going Public di ‘T-Online‘ (i servizi in
rete della Telekom), e poi la sempre più imminente – ed ormai
inevitabile – acquisizione di una nuova compagnia telefonica, con un occhio di
riguardo al mercato americano. “Il mondo è grande“, dice Ron Sommer, „e
non finisce in Italia“.

Dopo la figuraccia fatta da Sommer con la
nostrana Telecom, ed il suo bisticcio con l‘ex-partner di France Télécom,
Sommer s‘è consolato invero col rilievo della compagnia mobile inglese
One2One (una consolazione da 10 miliardi di Euro). Ma ora – dopo il
matrimonio dei giganti Mannesmann in Vodafone – anche il Boss di Deutsche
Telekom é costretto a riaccelerare. E‘ lui stesso d‘altronde
(com‘è suo classico stile) a strombazzarlo su tutti i giornali: „Chi non
ha un piede negli Usa“, è il ritornello di questi giorni di Ron Sommer,
„non è un vero Global Player“.