A fine 2021 superata la soglia record di 400 società quotate a Piazza Affari

15 Marzo 2022, di Alessandra Caparello

Nel corso degli ultimi 20 anni le ammissioni a Piazza Affari sono state 448, mentre i delisting sono stati 336 di cui ben 268 sul listino principale (EXM, già MTA), che ne ha guadagnate ‘solo’ 185. Per contro il mercato non regolamentato per le PMI (EGM, già AIM Italia, che conta oggi ben 174 società quotate) ha attratto 263 imprese quotate e ha visto solo 68 cancellazioni. Si è quindi osservato un trend di costante arretramento del numero di società quotate dal listino principale, a fronte di una forte crescita del segmento non regolamentato.

Questi i numeri che emergono dalla sesta edizione dei “Quaderni di ricerca Intermonte”, studi sul mercato azionario realizzati con cadenza annuale in collaborazione con la School of Management del Politecnico di Milano. Quest’anno la ricerca dal titolo “Sliding Doors: il flusso di listing e delisting sul mercato azionario di Borsa Italiana (2002- 2021)” propone un’analisi inedita del flusso di imprese che sono entrate e uscite dai listini di Borsa Italiana negli ultimi 20 anni.

I dati mostrano che il saldo netto di listing e delisting è comunque positivo e, a fine 2021, è stata superata la soglia record di 400 società quotate (407) a Piazza Affari, ma si è vista anche una mutazione del profilo del mercato azionario, molto più orientato verso le small cap. Rovescio della medaglia però, i delisting hanno causato una importante perdita di capitalizzazione per Piazza Affari, superiore, negli ultimi 5 anni, a € 55 miliardi – “mangiandosi” quasi un quarto della crescita dei corsi azionari dello stesso periodo. In particolare, fra il 2017 e il 2021, sono ben 105 le emittenti che hanno dato l’addio a Piazza Affari. Al 31.12.2021 in Italia il rapporto fra capitalizzazione di mercato e PIL era del 43,8% (vs 218,2% USA; 102,0% UK; 107,6% Francia; 59,4% Germania).

La performance delle imprese neo-quotate negli ultimi 10 anni

Sono 300 le imprese italiane entrate in Borsa dal 2012 al 2021 (63 su listino principale e 237 su EGM, ex AIM Italia). Guardando alla performance operativa di tali imprese, si osserva un aumento del volume d’affari sia prima sia dopo la quotazione; il valore medio del CAGR dei ricavi sul periodo è +12,0% per il listino principale, +23,3% per EGM.

Per quanto riguarda la performance di mercato, nell’arco dei dieci anni si osserva un rendimento assoluto mediamente positivo sia per il listino principale (si arriva a +31,7% dopo 3 anni) sia per EGM (+20,0%). Al netto del rendimento dell’indice di mercato, si evidenzia che le ‘matricole’ di MTA/EXM sui 3 anni successivi rendono in media il 22,6% in più, mentre quelle del listino non regolamentato conseguono un rendimento differenziale pari a +6,2%.

Nonostante l’attenzione degli osservatori si sia focalizzata sugli ultimi anni, dalla ricerca emerge che le cancellazioni sono ben distribuite in tutto il ventennio  e per la maggioranza sono dovute ad acquisizioni fatte da soggetti esterni sul listino principale, mentre sono legate soprattutto a cessazione di attività o perdita dei requisiti per Euronext Growth Milan.

L’analisi delle performance operative e di mercato delle società che sono entrate in Borsa negli ultimi 10 anni, ha dimostrato che le ‘matricole’ sono spesso società in buona crescita del volume d’affari e della marginalità, anche dopo l’ingresso nel listino. In media, contrariamente a quanto riscontrato storicamente, rendono  più dell’indice di mercato (anche se grazie a pochi casi di imprese).

Tra le società che hanno abbandonato Piazza Affari – vuoi perché sono andate semplicemente male, o sono state acquisite da altri gruppi o fondi, o sono state riassorbite in altre società sempre quotate, oppure hanno scelto di tornare ‘private’ – in alcuni casi, in particolare per quelle che hanno deciso di uscire volontariamente, lo si è fatto per ragioni opportunistiche, considerando quindi Piazza Affari come una ‘porta scorrevole’ (sliding door) dalla quale entrare e uscire per convenienza.

Il fenomeno dello ‘spopolamento’ dei listini borsistici è comunque globale, dice la ricerca, e questo risente della sempre maggiore concorrenza del private equity e degli investitori istituzionali, che hanno a disposizione dry powder in abbondanza e hanno beneficiato dei bassi tassi di interesse negli ultimi anni. Secondo la piattaforma Refinitiv, negli USA, nel 2020, i multipli di valutazione medi delle operazioni di buyout hanno toccato il valore record di 13,2 volte l’EBITDA, mentre nel 2008 eravamo a 8 volte.

Guglielmo Manetti, Amministratore Delegato di Intermonte, ha commentato: «I risultati dell’analisi mappano diversi comportamenti compositi da parte di aziende quotate e investitori (privati, corporate, fondi di private equity o altri), ma forniscono un’evidenza rassicurante per imprese e mercato: per le aziende sane la quotazione in Borsa risulta essere un acceleratore della crescita e remunera gli investitori in maniera soddisfacente. Il messaggio finale che ne traiamo è che la quotazione in Borsa rappresenta un vantaggio competitivo di lungo termine. In quest’ottica, utilizzare l’IPO come “porta scorrevole” può essere sì una forte tentazione laddove ci siano condizioni attraenti, ma vanifica numerose opzioni future di sviluppo e valorizzazione della società. Con queste evidenze ci auguriamo quindi di fornire interessanti spunti di riflessione per i molti soggetti coinvolti (aziende, investitori privati e pubblici, gestori del risparmio, intermediari e legislatore). Un particolare ringraziamento va al Politecnico di Milano, con cui prosegue il proficuo rapporto di collaborazione iniziato nel 2016».