Fonte: Keila Guilarte
L’attrice, protagonista del film di Maura Delpero, parla a WSI di recitazione, autenticità, cinema d’autore e della volontà di mettersi continuamente alla prova.
Martina Scrinzi sulla digital cover di WSI Style nel ritratto fotografico realizzato da Keila Guilarte, indossa un abito di Max Mara e gioielli Crivelli.
Style Michela Caprera
Dopo essersi imposta all’attenzione del pubblico e della critica con Vermiglio di Maura Delpero, film vincitore del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, Martina Scrinzi è diventata uno dei volti più interessanti del grande schermo italiano. Attrice dalla formazione eterogenea, tra teatrodanza, studi in Traduzione e Interpretariato ed esperienze internazionali, ha edificato un percorso artistico fondato sulla ricerca e sulla continua trasformazione. A Wall Street Italia racconta il rapporto tra corpo e macchina da presa, il valore delle esperienze meno visibili, l’importanza dell’autenticità nel mestiere attoriale e il desiderio di sottrarsi a qualsiasi etichetta filmica.
Martina indossa gioielli Crivelli. Foto di Keila Guilarte
Prima del cinema c’è stato il teatrodanza, una disciplina che mette il corpo al centro della narrazione. Quanto di quella formazione continua a vivere nel suo modo di costruire un personaggio davanti alla macchina da presa, anche quando tutto sembra affidato ai silenzi e agli sguardi?
«Devo dire che, in questo caso, il teatrodanza non è così presente: è un linguaggio in cui il corpo viene molto enfatizzato, con una gestualità ampia e un’espressività fortemente accentuata. È una forma più vicina alla danza che al teatro, pur condividendone alcuni elementi. Resta comunque un linguaggio pensato per il palcoscenico, quindi molto diverso da quello richiesto dalla macchina da presa. Quando lavoro sul set devo quasi dimenticare quella formazione, perché altrimenti rischierei di dar vita a qualcosa di troppo teatrale, troppo grande, e la cinepresa questo tipo di approccio non lo ama. Perciò, mentre preparo un personaggio per il cinema, cerco piuttosto di prenderne le distanze. Allo stesso tempo, però, quella disciplina mi ha insegnato che anche il corpo racconta e deve fare la sua parte. Semplicemente, nel grande schermo tutto questo si traduce in un’altra qualità del movimento e dell’espressione».
Martina indossa un gilet Seafarer e gioielli Crivelli. Foto di Keila Guilarte.
Si è laureata in Traduzione e Interpretariato, un percorso che insegna ad attraversare le lingue e le culture. Ha mai pensato che recitare sia, in fondo, una forma di traduzione? Cosa sente di dover “tradurre” quando interpreta un personaggio scritto da qualcun altro?
«Forse più che di traduzione parlerei di interpretazione. I personaggi nascono sempre da un’interpretazione personale: quella dell’attore, ma anche quella del regista. Il regista offre indicazioni e una visione, mentre l’attore cerca di dare forma a ciò che riceve. Nel mio caso provo sempre ad aggiungere qualcosa di mio, di proporre una sfumatura o un’intuizione personale, che poi viene naturalmente condivisa e sviluppata insieme al filmmaker. Direi, quindi, che il mio mestiere consiste soprattutto nel reinterpretare ciò che è scritto nella sceneggiatura, disegnando un personaggio tramite un dialogo continuo con chi dirige il film».
Martina indossa un abito di Giada e gioielli Crivelli. Foto di Keila Guilarte
Ha lavorato tra teatro italiano, produzioni in Germania e poi un cinema d’autore molto riconoscibile. Ha la sensazione che ogni contesto le chieda di essere un’attrice diversa o crede esista un nucleo artistico che resta immutato indipendentemente dal Paese o dal linguaggio?
«Per le esperienze che ho fatto finora, sia in teatro sia al cinema, mi è stato richiesto ogni volta di essere un’attrice diversa. Il teatrodanza, come dicevo, utilizza un linguaggio molto specifico. Poi è arrivato Vermiglio, in cui Maura Delpero cercava un lavoro fatto di silenzi, sguardi e sottrazione. Successivamente è stata la volta di Roma elastica di Bertrand Mandico che, invece, richiedeva un approccio più manieristico, con un’espressività differente, pur restando cinematografica. La sensazione è che ogni progetto mi abbia chiesto di adottare tecniche e strumenti diversi. Non ho invece percepito grandi discrepanze tra il lavorare in Germania, in Francia o in Italia. Ciò che cambia davvero sono il linguaggio della pellicola e la visione registica».
Martina indossa un total look Chanel. Foto di Keila Guilarte
Con Vermiglio è arrivato il Premio Nuovo IMAIE alla Mostra di Venezia, ma anche due candidature importanti ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento che non si sono trasformate in una vittoria. In un mestiere in cui il riconoscimento pubblico pesa così tanto, come si impara a dare il giusto valore ai premi senza lasciare che diventino il metro con cui misurare il proprio lavoro?
«È una bella domanda, perché ai premi viene attribuita molta importanza. Basta vedere quanto spazio occupano nei curricula degli attori. Anche una candidatura viene subito evidenziata, ed è comprensibile che sia così. Personalmente, però, cerco di ricordarmi che ciò che conta davvero sono i progetti che realizzi. La vera misura di una carriera è poter lavorare in opere filmiche che senti vicine, che desideri davvero fare. È questo il parametro con cui provo a valutare il mio percorso. Se poi arrivano anche i riconoscimenti è sicuramente una soddisfazione, ma il mio obiettivo resta quello di trovare storie e personaggi che mi appassionino».
Martina indossa un total look Prada. Foto di Keila Guilarte
Il suo primo ruolo da protagonista è stato in Mostro Intruso Aspro di Kia Khalili Pir, un film che non è mai arrivato agli spettatori. Le è mai capitato di pensare che esistano interpretazioni fondamentali nella crescita di un attore e che, paradossalmente, nessuno vedrà mai? Quanto contano queste esperienze invisibili?
«Secondo me contano tantissimo. È chiaro che un film si realizza per essere visto dal pubblico, ma, anche se Mostro Intruso Aspro non è ancora uscito, rifarei quell’esperienza senza esitazioni. Non è stato tempo perso, né tanto meno un lavoro inutile. Il regista Kia Khalili Pir, che poi è diventato anche il mio compagno, è stato il primo a darmi una vera formazione cinematografica. Mi ha insegnato come rapportarmi alla macchina da presa, ai movimenti, al linguaggio del cinema. Prima avevo fatto pochissimo e conoscevo ancora molto poco questo mondo. Sono convinta che Vermiglio non sarebbe arrivato se prima non avessi recitato in Mostro Intruso Aspro. Di questo sono certa».
Martina indossa un total look Ferragamo e gioielli Crivelli. Foto di Keila Guilarte
Lavorare con registe e registi come Maura Delpero e Giorgio Diritti significa confrontarsi con un cinema che privilegia l’osservazione e l’autenticità. Qual è l’insegnamento professionale più prezioso che ha ricevuto su un set e che, oggi, considera parte del suo metodo?
«Più che un insegnamento, direi un consiglio, che mi diede per primo proprio Kia: “dai meno”. In altre parole, non recitare nel senso tradizionale del termine. È, probabilmente, il suggerimento più importante che abbia mai ricevuto. È una filosofia che ritrovo pure in Maura e Giorgio, quella di cercare il reale, non generare un’emozione artificiale, trovare una verità e una sincerità autentiche all’interno della storia».
Martina indossa un total look Ferragamo e gioielli Crivelli. Foto di Keila Guilarte
Negli ultimi mesi il suo nome è entrato improvvisamente nel dibattito sul nuovo cinema italiano. Ha avuto la sensazione che, dopo Vermiglio, gli altri abbiano iniziato a immaginarla in ruoli diversi da quelli che avrebbe scelto? Come si protegge la propria identità artistica quando arrivano aspettative e nuove etichette?
«Dopo Vermiglio mi sono arrivate moltissime proposte molto simili tra loro. La maggior parte apparteneva a un immaginario vicino a quello vermigliano o, più in generale, al cinema d’autore. Per questo, insieme ai miei agenti, abbiamo cercato ruoli che mi permettessero di uscire da quell’etichetta. Volevo confrontarmi con qualcosa di completamente diverso e ci siamo riusciti con Roma elastica, che appartiene totalmente a un altro universo. Oggi continuo a seguire questa direzione e tento sempre di fare qualcosa che sia distante da ciò che ho appena realizzato, cambiando genere, tipo di produzione e modo di recitare. Mi interessa collaborare con vari registi, sperimentare tecniche nuove e interpretare personaggi lontani tra loro».
Se tra dieci anni dovesse riguardare questo momento della sua carriera, pensa che lo ricorderebbe per il successo di Vermiglio, per i premi e le candidature, oppure per una consapevolezza personale che gli altri non possono vedere? Qual è, quindi, il traguardo professionale che spera di aver raggiunto, al di là dei riconoscimenti?
«Fra dieci anni ne avrò trentanove e credo che, guardandomi indietro, penserò soprattutto a quanto fossi poco consapevole di tutto quello che mi stava accadendo. Grazie a Vermiglio, a Roma elastica e anche a Mostro Intruso Aspro ho ricevuto moltissimo, ma sento di essere soltanto all’inizio della mia carriera. Non mi considero arrivata, né penso di essere in cima a qualcosa. Spero, piuttosto, di proseguire nella mia crescita professionale, incontrando progetti capaci di mettermi in discussione e di rimanere fedele alla curiosità che, attualmente, guida il mio lavoro. È questo il traguardo che mi interessa davvero, molto più di qualsiasi riconoscimento».
