Impresa

Il calcio alla ricerca di nuovi talenti

Dal talento alla struttura: perché le squadre italiane possono diventare un modello per ripensare l’impresa nell’era digitale, con l’approccio operativo di Marte Group come esempio concreto di governance e crescita

Il calcio è uno degli specchi più fedeli delle contraddizioni del sistema economico italiano. Industria culturale, piattaforma mediatica e business globale, continua a muovere capitali, attenzione e consenso, ma resta spesso ancorato a modelli organizzativi e decisionali analogici. Club con brand centenari operano come strutture del Novecento in un mercato che è ormai digitale, data-driven e internazionale. Il risultato è un paradosso evidente: un settore ad altissimo potenziale economico, ma fragile sul piano manageriale, tecnologico e strategico.

Negli ultimi anni, il calcio europeo ha accelerato verso nuovi modelli di monetizzazione, media proprietari e integrazione tra sport, entertainment e tecnologia. In Italia, invece, la trasformazione procede in modo disomogeneo. Alcuni club iniziano a ripensarsi come piattaforme di contenuto, relazione e commercio, ma il sistema nel suo complesso continua a scontare ritardi su governance, sostenibilità economica e digitalizzazione. Non manca il pubblico né il capitale simbolico: manca un disegno industriale coerente.

Un laboratorio per l’Italia.
È proprio in questo spazio che il calcio diventa un laboratorio avanzato per comprendere la trasformazione del Paese. La sfida non è più solo sportiva, ma organizzativa: costruire strutture capaci di durare nel tempo, in cui brand, tecnologia, digitale e ricavi non siano iniziative scollegate, ma parti di un unico sistema. Qui si inserisce l’approccio di Marte Group, che non si propone come consulente esterno, ma come partner operativo nella costruzione di piattaforme di crescita. Il calcio, più di altri settori, mostra come il talento non sia sufficiente se non è sostenuto da metodo, struttura e accountability. È un’industria che non ammette scorciatoie: o si costruiscono sistemi solidi, o si resta indietro. Questa dinamica riflette una domanda più ampia che attraversa oggi l’economia italiana: chi è davvero in grado di governare la crescita in contesti complessi, digitali e ad alta pressione?

Dal digitale all’impresa.
Il punto di partenza dell’imprenditoria contemporanea è spesso simile: un’intuizione, un computer, i primi clienti online. Ma la vera differenza emerge dopo, quando entrano in gioco la capacità di scalare, di reggere la complessità e di attraversare fasi di instabilità senza esserne travolti. È il percorso vissuto da Federico M. Dolci insieme a Edoardo Grattirola e Giacomo Grattirola, prima ancora della nascita di Marte Group: una crescita rapida in un contesto nativamente digitale e internazionale, segnata da investimenti, espansione e passaggio da startup a scaleup. Con il tempo emergono le vere sfide: governance, sostenibilità economica, pressione sui margini. La pandemia e l’instabilità macroeconomica hanno definitivamente chiuso la stagione del “growth at all costs”. Il digitale smette di essere un vantaggio competitivo e diventa un prerequisito. In Italia, però, il ritardo è anche culturale e manageriale: la diffusione delle tecnologie è limitata non tanto dall’accesso agli strumenti, quanto dalla capacità di usarli con metodo e responsabilità.

Governare la complessità.
«Essere imprenditori oggi non significa solo costruire tecnologia, ma assumersi la responsabilità di come quella tecnologia cambia persone e organizzazioni», osserva Federico M. Dolci. Da questa consapevolezza nasce Marte Group: non una società di consulenza tradizionale, ma un ecosistema imprenditoriale costruito per operare in contesti ad alta complessità e velocità.
Il modello è netto: team dedicati, competenze complementari, piena ownership sui risultati raggiunti. Nessuna consulenza da bordo campo, ma esecuzione assolutamente diretta e misurabile.
Marte nasce profittevole e sceglie di devolvere parte del fatturato a 1% for the Planet, integrando sostenibilità e responsabilità nel modello economico.
Competenze e capitali vengono reinvestiti in un venture studio con l’obiettivo di costruire nuove iniziative imprenditoriali. Con una convinzione chiara: il problema italiano non è la mancanza di talento, ma l’assenza di modelli capaci di trasformarlo in organizzazioni solide e durature. In un Paese che fa una fatica tremenda a cambiare pelle e adattarsi ai nuovi scenari, governare la complessità diventa una scelta. E, sempre più, una responsabilità.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di febbraio 2026 del magazine Wall Street Italia. Clicca qui per abbonarti.