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La California torna al centro del dibattito fiscale negli Stati Uniti. Una proposta di tassa straordinaria sui grandi patrimoni sta infatti riaccendendo le tensioni tra lo Stato e alcuni dei suoi residenti più facoltosi, in particolare i protagonisti della Silicon Valley. Secondo diversi imprenditori e investitori tecnologici, la misura rischia di innescare una nuova fuga di capitali e talenti verso Stati con una fiscalità più favorevole.
California propone la tassa sui super-ricchi
Il provvedimento, promosso dal sindacato Service Employees International Union–United Healthcare Workers West, prevede l’introduzione di una tassa una tantum del 5% sui patrimoni superiori a 1 miliardo di dollari per i residenti californiani. L’obiettivo dichiarato è quello di compensare i possibili tagli ai finanziamenti federali destinati al sistema sanitario.
Sebbene la proposta sia ancora in fase di valutazione e debba eventualmente passare dal voto popolare nel novembre prossimo, il solo annuncio ha già sollevato forti reazioni.
Le critiche dei big tech: “Un colpo diretto a chi crea lavoro”
Tra le voci più critiche c’è quella di Palmer Luckey, fondatore della società di difesa tecnologica Anduril, che ha espresso la propria contrarietà sui social. Secondo Luckey, la tassa costringerebbe molti fondatori a vendere quote significative delle proprie aziende per far fronte al pagamento, con effetti potenzialmente destabilizzanti sull’ecosistema imprenditoriale.
Luckey ha sottolineato di aver già versato centinaia di milioni di dollari in tasse dopo la vendita della sua prima azienda e di aver reinvestito il capitale residuo per creare una nuova realtà che oggi impiega migliaia di persone. L’idea di dover reperire ulteriore liquidità per una tassa straordinaria viene descritta come un deterrente all’innovazione e alla crescita. Preoccupazioni simili, secondo quanto riportato dal New York Times, starebbero spingendo figure di primo piano come Peter Thiel e Larry Page a valutare un ridimensionamento del proprio legame con la California.
L’impatto potenziale: miliardi di dollari in gioco
Se la misura dovesse essere approvata e inserita nel referendum di novembre, la tassa si applicherebbe in modo retroattivo a chi risiedeva in California al 1° gennaio 2026. In termini concreti, un contribuente con un patrimonio di 20 miliardi di dollari si troverebbe a dover versare 1 miliardo di dollari, con un pagamento dilazionato in cinque anni.
Per investitori come Peter Thiel, il cui patrimonio è stimato in circa 27,5 miliardi di dollari, il conto potrebbe superare 1,2 miliardi. Numeri che alimentano il timore di un trasferimento di residenza verso Stati come Texas o Florida, già beneficiari negli ultimi anni di flussi migratori di imprenditori e capitali.
Anche Bill Ackman, fondatore di Pershing Square, ha criticato duramente la proposta, definendo la California “avviata verso l’autodistruzione” e sostenendo che l’allontanamento degli imprenditori più produttivi finirebbe per ridurre gettito fiscale e creazione di posti di lavoro.
La posizione del governatore Newsom
Sul tema è intervenuto anche il governatore della California, Gavin Newsom, che ha dichiarato la propria contrarietà alla tassa sui miliardari, pur invitando a non alimentare allarmismi. Secondo Newsom, la proposta si inserisce in un dibattito più ampio che riguarda le disuguaglianze, non solo di reddito ma soprattutto di ricchezza.
Le sue parole riflettono un equilibrio delicato: da un lato la necessità di finanziare servizi pubblici fondamentali, dall’altro il rischio di rendere meno attrattivo uno Stato che ha costruito gran parte della propria prosperità sulla concentrazione di capitale umano e finanziario.