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Oltre 35 miliardi di dollari: a tanto ammonta, secondo un’analisi Reuters, il costo complessivo sostenuto dalle principali multinazionali a causa dei dazi statunitensi imposti nel corso del 2025. Una cifra in leggera crescita rispetto ai 34 miliardi stimati a maggio, ma che fotografa un quadro in lento riequilibrio dopo mesi di tensione commerciale e di incertezza regolatoria.
Il “trade war revival” avviato da Donald Trump — che ha portato i dazi USA ai massimi dagli anni ’30 — ha colpito in modo trasversale l’industria mondiale, dalle auto all’elettronica, fino ai beni di consumo. Tuttavia, nuovi accordi commerciali siglati con l’Unione Europea e con il Giappone hanno contribuito a limitare le perdite e a restituire un minimo di prevedibilità a mercati e imprese.
Toyota la più esposta: 9,5 miliardi di dollari di impatto
A subire il colpo più duro è stata Toyota, con una previsione di costi legati ai dazi pari a 9,5 miliardi di dollari, il dato più alto tra le aziende analizzate. Il gruppo giapponese ha rivisto al rialzo le proprie stime in seguito all’introduzione dei cosiddetti “Liberation Day tariffs”, che hanno rimesso in discussione catene di fornitura ormai consolidate.
Al contrario, altri grandi nomi del manifatturiero e dei beni di consumo hanno ridimensionato i propri scenari più pessimisti. I gruppi francesi Rémy Cointreau e Pernod Ricard, ad esempio, hanno beneficiato dell’intesa commerciale tra Washington e Bruxelles, mentre Sony ha corretto al ribasso le proprie previsioni di perdita già ad agosto.
Tra incertezza e adattamento: la strategia delle imprese
“I dazi stanno diventando una variabile come le altre, parte dell’equazione del nostro business”, ha commentato Antonio Filosa, CEO di Stellantis, che ha annunciato un piano di investimenti da 13 miliardi di dollari in quattro anni per la produzione negli Stati Uniti. La casa automobilistica aveva segnalato in estate un impatto da 1,5 miliardi di euro sul 2025, ma ora intravede segnali di stabilizzazione.
Un sentiment condiviso anche da Andrew Wilson, vicesegretario generale della International Chamber of Commerce, secondo cui “si è raggiunto un punto d’atterraggio con alcuni accordi bilaterali, ma la complessità resterà elevata”.
Consumi e manifattura sotto pressione
Le aziende più colpite restano quelle legate alla produzione e al consumo in Paesi privi di accordi commerciali diretti con gli Stati Uniti. Nike, che dipende in larga parte da fornitori in Vietnam e in Asia, ha rivisto l’impatto dei dazi da 1 a 1,5 miliardi di dollari. In Europa, SEB (produttore dei marchi Tefal e Rowenta) ha tagliato le previsioni di utile, mentre H&M ha avvertito che le tariffe sulle importazioni continueranno a comprimere i margini almeno fino alla fine dell’anno.
“Il consumatore americano inizia a risentire dell’aumento dei prezzi, e questo si riflette sulla fiducia e sulla domanda”, ha spiegato Daniel Erver, CEO del gruppo svedese. L’aumento dei listini resta infatti l’effetto più ricorrente tra le aziende monitorate.
Automotive e farmaceutica verso una tregua
Nel settore automobilistico, il comparto più penalizzato, si intravedono segnali di distensione. Ford, Volkswagen, Stellantis e Toyota hanno cumulato perdite miliardarie, ma la prospettiva di un alleggerimento dei dazi sulle produzioni domestiche americane apre uno spiraglio di ottimismo.
Parallelamente, anche la farmaceutica si sta muovendo per adattarsi: Pfizer e AstraZeneca hanno firmato nuovi accordi di produzione e prezzi collegati a esenzioni tariffarie, una strategia che altri player del settore potrebbero presto replicare.
Mercati più cauti ma meno spaventati
Secondo i dati LSEG, le società dell’indice S&P 500 dovrebbero registrare una crescita media degli utili del 9,3% nel terzo trimestre, in calo rispetto al +13,8% del secondo, mentre in Europa lo Stoxx 600 si attesta su un modesto +0,5%. La frenata è attribuita soprattutto all’impatto delle politiche tariffarie e al rallentamento della domanda globale.
Ciononostante, la volatilità dei mercati sembra ridursi: la “nebbia” che aveva paralizzato le decisioni strategiche nei mesi scorsi sta lentamente diradandosi. Il rischio di nuovi dazi resta — Trump ha ipotizzato a inizio ottobre un incremento del 100% sulle importazioni dalla Cina, salvo poi definirlo “insostenibile” — ma le imprese appaiono oggi più pronte a gestire lo scenario.