Investimenti

Margini, export e disciplina: così il private equity sceglie le Mid Cap

Per i clienti private, l’asset class del private equity non è soltanto uno strumento finanziario, ma un canale diretto verso la crescita reale delle medie imprese italiane. Non si tratta di un settore ad alta volatilità, come spesso viene percepito, ma di un comparto che poggia su basi industriali robuste e misurabili. A confermarlo è la ricerca condotta dall’Area Studi Mediobanca, dalla LIUC Business School attraverso il Private Equity Monitor (Pem) e dall’Ufficio Studi e Ricerche di AIFI, che analizza l’identità e l’evoluzione di 319 Mid Cap manifatturiere italiane coinvolte da operazioni di private equity nel ventennio 2001-2021.

Una mappa ventennale degli investimenti

Il campione mostra un percorso di crescita costante e progressivo. Nei primi anni Duemila gli interventi si contavano sulle dita di una mano, con una media di sei operazioni annue tra il 2001 e il 2005. Un decennio dopo, tra il 2006 e il 2015, si è saliti a undici, per poi accelerare fino a 19 nel triennio 2016-2018 e raggiungere il massimo storico nel 2021 con 51 operazioni, più che raddoppiate rispetto al 2018. La pandemia, l’inflazione e le tensioni geopolitiche hanno ulteriormente spinto le imprese italiane a cercare capitale, managerialità e nuove rotte di crescita, rendendo il ruolo degli investitori finanziari sempre più centrale.
Il quadro vede prevalere i fondi chiusi di private equity, protagonisti in oltre l’80% delle operazioni, seguiti da holding d’investimento, club deal e family office. Nella maggioranza dei casi si è trattato di buy-out, cioè acquisizioni con leva finanziaria, mentre quasi un terzo è riconducibile a interventi di expansion, con apporto diretto di capitale nelle fasi di sviluppo.

Il baricentro delle imprese target

La geografia riflette l’Italia manifatturiera. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto assorbono insieme il 60% degli investimenti, seguite da Piemonte e Toscana. A livello settoriale, il private equity ha puntato sia sui beni industriali (45% del campione) sia sui beni di consumo (55%), confermando un’attenzione trasversale alla diversificazione produttiva.

Le dimensioni restano prevalentemente medio-piccole: oltre quattro imprese su dieci non superano i 30 milioni di fatturato, un terzo si colloca tra i 31 e i 60 milioni, solo il 10% oltre quota 100 milioni.

Un dato interessante emerge dagli investitori stranieri: negli ultimi tre anni osservati, la loro presenza è raddoppiata fino a rappresentare il 46% del totale, con una preferenza per aziende di dimensione superiore (66 milioni di fatturato medio contro i 48 milioni degli operatori nazionali).

Margini, disciplina e export: i criteri di selezione

Lo studio evidenzia come la selezione delle imprese target risponda a logiche precise, quasi un “cherry picking” sui migliori profili. Prima dell’ingresso dei fondi, le Mid Cap individuate presentavano un Ebitda margin medio del 12,7%, a fronte dell’8,5% delle aziende di controllo; un rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda inferiore a 1,5 volte, contro le tre volte del campione di confronto; e una vocazione internazionale più marcata, con esportazioni pari al 48,5% del fatturato (vs 43%). Marginalità, rigore finanziario e propensione all’export sono quindi i tre pilastri su cui si fonda l’attrattività di queste imprese agli occhi degli investitori.

L’effetto accelerazione

Se la fotografia iniziale descrive aziende già solide, l’impatto dell’ingresso di un fondo si misura nei numeri successivi. Nei due anni che seguono l’operazione, il fatturato cresce in media del 25%, contro il 9,2% delle imprese non target. La base occupazionale aumenta del 17,6% a fronte di un modesto +1,3% del campione di controllo. Ancora più rilevante l’espansione del totale attivo, che segna un balzo dell’81,9%, sei volte superiore al confronto.

Non si tratta di dinamiche esclusivamente finanziarie: la ricerca sottolinea come i fondi imprimano una vera accelerazione industriale, fatta di investimenti produttivi, crescita organica e operazioni di M&A. È questo mix a trasformare le Mid Cap in motori di sviluppo, con effetti che travalicano i bilanci e incidono sul tessuto economico e occupazionale.

Una leva finanziaria sotto controllo

Un punto cruciale riguarda l’uso della leva. Se da un lato, nel biennio successivo all’ingresso, la posizione finanziaria netta cresce del 63%, dall’altro il rapporto PFN/Ebitda si stabilizza a 2,4 volte, ben al di sotto della soglia critica delle 3 volte oltre la quale si pongono problemi di sostenibilità. Questo dimostra che il private equity italiano opera entro margini prudenziali, calibrando l’indebitamento sulle condizioni iniziali delle società target.
Il ricorso alla leva non è quindi un fattore di squilibrio, ma uno strumento di crescita funzionale all’espansione, capace di mantenere un profilo di rischio coerente con la solidità delle Mid Cap selezionate.