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Il vino italiano alla prova del futuro: “Consorzi più forti e meno frammentazione”

Frammentazione e debolezza strutturale da un lato, potenziale straordinario e leadership riconosciuta nel mondo dall’altro. È il doppio volto del vino italiano, fotografato nella nuova ricerca di Valoritalia, organismo leader nella certificazione del comparto. Ne abbiamo parlato, a margine della serata di ieri in cui il report è stato presentato alla stampa, con il presidente Francesco Liantonio, il quale invita a leggere tra le righe dei numeri per comprendere le vere sfide del settore: dalla governance dei consorzi alla competizione internazionale, fino all’impatto della transizione demografica.

Presidente, la nuova ricerca presentata oggi racconta numeri importanti per il vino italiano. Ma cosa ci dice davvero sullo stato di salute del comparto?

“I numeri sono fondamentali, ma non devono restare freddi. Servono per capire la realtà e agire. Dalla nostra analisi emerge che il settore ha grandi punti di forza, ma anche fragilità strutturali da affrontare subito. Un dato su tutti: le prime 20 denominazioni rappresentano l’85% della produzione, le prime 40 arrivano al 95%, mentre le restanti 140 denominazioni valgono appena l’1,4%. Questo vuol dire che il sistema è sbilanciato e che piccolo non è sempre bello: servono dimensioni, coerenza e visione per affrontare davvero i mercati”.

Un nodo cruciale sembra essere quello dei consorzi. Che ruolo devono avere oggi?

“Il ruolo dei consorzi deve cambiare: non solo tutela legale o promozione, ma governo vero della filiera. E per farlo, devono avere strumenti, massa critica, strategia. In una fase come quella attuale, segnata da incertezza macroeconomica, costi energetici elevati e tensioni geopolitiche, è essenziale rafforzare la capacità organizzativa dei consorzi. Chi è forte, oggi, può trattare meglio l’energia, promuovere meglio il proprio prodotto, costruire rapporti economici solidi. Chi è troppo piccolo resta fuori dal gioco. Dobbiamo superare la frammentazione e imparare a lavorare insieme”.

Nel confronto internazionale, cosa può insegnare l’Italia e cosa può imparare invece dagli altri?

“L’Italia è maestra nel sistema delle denominazioni, siamo leader in questo. Ma serve uno scatto. I grandi consorzi italiani fanno bene, ma dobbiamo aiutare anche le denominazioni minori ad avere un ruolo. La Francia ha una struttura più unitaria, l’Italia invece è 21 (o forse 23) nazioni in una. Serve coesione. Dobbiamo aprirci al confronto, valorizzare i territori senza rinchiuderci nei campanili. Questo non significa perdere l’identità, anzi: vuol dire rafforzarla”.

Lei ha accennato a un tema cruciale: la demografia. Quanto sta impattando sul settore?

“Molto, e purtroppo se ne parla ancora troppo poco. Cambia il profilo dei consumatori, si alza l’età media, cala la forza lavoro. Le aziende faticano a trovare manodopera, specializzata e non. E questo vale anche nel nostro settore. La tecnologia può aiutare, ma bisogna anche ripensare l’attrattività del lavoro in vigna, nelle cantine. E poi c’è il tema della sostenibilità, che oggi non è più solo agronomica ma anche etica e sociale. Se non sei sostenibile sotto tutti i punti di vista, non sei competitivo”.

Una battuta finale: se dovesse scegliere un vino italiano da consigliare per questa sera, quale sceglierebbe?

“Rispondo con orgoglio: il vino italiano. Tutto il vino italiano. Perché in ogni bottiglia, piccola o grande che sia, c’è dentro un pezzo di cultura, di territorio e di futuro”.