Dopo che, a giugno 2024, anche il Consiglio Europeo ha diffuso la propria versione della direttiva omnibus nell’ambito della Retail Investment Strategy, in seguito alla proposta iniziale della Commissione e alla versione intermedia dell’Econ – comitato permanente in seno al Parlamento europeo – ha preso il via la procedura di “trilogo”, una consultazione informale tra le tre istituzioni che dovrebbe portare, auspicabilmente nel corso del primo semestre del 2025, alla convergenza delle tre diverse parti su un testo definitivo.
Ancora troppa complessità.
Per la Retail Investment Strategy non si profila, tuttavia, un percorso facile, perché le tre versioni divergono su molti punti, da quelli più pubblicizzati, come disciplina degli inducements e individuazione/assicurazione del value for money, ad altri meno studiati, per esempio il test di adeguatezza/appropriatezza e la regolamentazione dei fin-influencer. La tendenza è comunque quella di un progressivo ammorbidimento, con la proposta del Consiglio che è decisamente meno ambiziosa di quella della Commissione.
D’altra parte, nonostante i tentativi di Parlamento e Consiglio di ridurre la portata rivoluzionaria delle posizioni inizialmente sostenute dalla Commissione, le soluzioni fin qui discusse e proposte continuano a non convincere vasti segmenti del mercato. Con un comunicato rilasciato il 28 novembre, infatti, le principali associazioni europee di categoria del settore finanziario hanno invitato i co-legislatori a sottoporre la direttiva a un “check di competitività”, in quanto le attuali formulazioni del provvedimento non consentirebbero di raggiungere l’obiettivo prefissato di aumentare la partecipazione degli investitori al dettaglio nei mercati di capitali.
Al contrario, il provvedimento in discussione aumenterebbe la burocrazia e le già elevate complessità del quadro normativo che disciplina la distribuzione dei prodotti finanziari, Ibips compresi, determinando impatti negativi sia sulle imprese del settore, sia sugli investitori.
Le richieste degli addetti ai lavori.
Le associazioni invitano, pertanto, le istituzioni europee a concentrarsi su tre punti fondamentali. Il primo riguarda la semplificazione del quadro normativo, che oggi prevede una molteplicità di regole eccessivamente complesse, che rischiano di soffocare le imprese e mortificare gli sforzi degli investitori. Inoltre, un sistema di norme complesso fa lievitare i costi di implementazione e di compliance e un aumento di costi per gli intermediari si traduce in un aumento dei costi dei prodotti, che è proprio l’obiettivo che la direttiva vorrebbe combattere.
Il secondo punto prevede la ridefinizione di un processo di vendita più semplice e diretto per gli investitori al dettaglio, fondamentale per attrarre un maggior numero di clienti. Si fa notare che le regole proposte in tema di incentivi, consulenza, test di appropriatezza / adeguatezza ingesserebbero in maniera significativa la vendita dei prodotti finanziari, senza un reale beneficio per l’investitore.
Infine il terzo punto riguarda la riduzione delle informazioni da fornire alla clientela, ritenute dal mercato eccessive e focalizzate solo su caratteristiche negative degli investimenti. Occorrerebbe invece concentrarsi sulle informazioni che rendono il cliente consapevole dei rischi che assume, senza sovraccaricarlo di notizie inutili che possono disorientarlo e scoraggiarlo dall’investimento.
Le osservazioni delle associazioni di categoria colgono in gran parte nel segno: nel tentativo di disciplinare argomenti di capitale importanza nel mercato, le istituzioni europee sembrano avere intrapreso la strada di una maggiore complessità delle regole. Ne è un esempio la disciplina degli incentivi, che si è via via complicata dalla Commissione al Consiglio, imponendo una serie di obblighi, test e verifiche agli intermediari che porrebbero domande e dubbi interpretativi di non poco conto.
L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di febbraio 2025 del magazine Wall Street Italia. Clicca qui per abbonarti.