UNA FUJI COLA, GRAZIE!

14 Aprile 2005, di Redazione Wall Street Italia

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E dopo i cappelli a tema, i sottobicchieri nei pub, gli sms mirati, e l’utilizzo di un «brand» nobile come il rugby in chiave propagandistica
(lo sta facendo il partito nazionalista gallese), adesso la politica scopre la Coca Cola personalizzata (in questo caso parliamo di Fuji Cola) per finanziare una campagna elettorale. Quella peruviana. Niente di nuovo sotto il sole. La filosofia della «brand extension» (letteralmente: estensione del marchio) in
realtà viene praticata da qualche decennio.

L’idea – non a caso – è venuta al 24enne Kenij Fujimori, figlio dell’ex presidente del Perù, Alberto Fujimori, padre e padrone del martoriato stato sudamericano per un intero decennio (’90/2000) e accusato dalla giustizia del suo paese di corruzione e crimini contro l’umanità (oggi vive in esilio in Giappone). Obiettivo: finanziare il suo partito in vista delle Politiche
2006, quando «El Chino» potrebbe ricandidarsi.

Naturalmente l’operazione Fuji Cola, spacciata per un semplice escamotage di finanziamento elettorale, punta ad un risultato più sottile. Cioè ad attrarre un elettorato giovane che più di altri in Perù sta patendo la grave crisi economica che attanaglia il paese. Al di là del successo che potrà avere, insomma, il prodotto, grazie ai copiosi finanziamenti pubblicitari,
potrà penetrare in luoghi di aggregazione distanti dalla politica: pub, discoteche, stadi, cinema e teatri. D’altronde usare i giovani come un cavallo di troia nel sistema famigliare è un modo formidabile per catturare consenso. Per capirci, Tony Blair si è accattivato gli adolescenti promettendo loro il diritto di voto a 16 anni. Mentre negli anni Ottanta, le Trade Unions inglesi reclutarono iscritti durante la pesante deregulation thatcheriana pianificando affissioni in tutte le discoteche dei quartieri
popolari di Londra: dal Blitz al Camden Palace, cavalcando rockstar di allora come i Duran Duran e gli Human League, involontari testimonial dei sindacati d’Oltremanica.

Inoltre, molti degli investimenti pubblicitari del nuovo partito di Fujimori, saranno indirizzati su un mezzo perfettamente coerente alla strategia in questione: la radio, già ampiamente usata dall’ex uomo forte di Lima
(interviene ogni settimana dal Giappone in diretta radiofonica) per programmare il suo rilancio politico. Un mezzo, ricordiamolo, usato
capillarmente anche da George Bush nell’ultima campagna elettorale Usa.

In questo modo, El Chino, punta ad associare il proprio marchio ai momenti più piacevoli e di relax della vita sociale, quando si gusta in santa pace una bibita fresca. Una bella trovata, non c’è che dire, con forti ritorni
popolari, ma non sufficiente a garantire il successo politico all’uomo politico nippoperuviano, nonostante il suo partito «virtuale» (ad oggi Fujimori non può partecipare alle elezioni, teoricamente è interdetto fino al 2011) venga considerato dai sondaggi il secondo del Perù (17,7% di consensi). Perché si tratta sì di un’ottima base, ma il nuovo partito del «drink» dovrà poi passare alla fase programmatica.

Soglia sulla quale molte esperienze ipermediatiche (quella di Ross Perot, ad
esempio, o di Howard Dean) sono rovinosamente cadute. Il marketing è certo importante, ma da solo non è più determinante per vincere. Non lo è la tv, figuriamoci una neo bevanda.

Inoltre, se la nuova Cola personalizzata non dovesse prendere piede – cosa possibilissima visto il monopolio di altre bevande in quel paese – all’immagine di Fujimori si collegherebbe quello di un flop e in mancanza di un programma politico alternativo e rigoroso, l’effetto novità della Fuji Cola potrebbe ben presto rivelarsi un boomerang.

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