SMART MONEY: ATTENTI AI RISCHI

27 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La revisione al ribasso delle previsioni di crescita dell’OCSE unitamente al continuo calo dei tassi a lungo termine che stanno toccando nuovi minimi in Europa e che continuano a scendere anche negli Stati Uniti rende legittimo interrogarsi sullo stato di salute dell’economia mondiale. Il quadro dipinto dall’OCSE vede l’economia europea nel suo complesso destinata a stagnare, anche se la recessione è l’infelice prospettiva di alcuni paesi, gli Stati Uniti continueranno a crescere, anche se ad un ritmo più lento, mentre il motore della crescita rimane l’Asia.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link INSIDER

L’inevitabile corollario di quest’analisi è che il «buco nero» dell’economia internazionale è il Vecchio Continente che non esce dalla crisi, poiché non ha fatto le riforme strutturali, ossia non ha liberalizzato il mercato del lavoro, non ha sufficientemente deregolamentato alcuni settori di attività, ecc. Ma è veramente corretta questa analisi che si basa sul confronto tra i risultati economici dell’Europa e quelli degli Stati Uniti? E poi questi differenti tassi di crescita tra le principali aree economiche del mondo sono sostenibili nel tempo? Vi è più di un motivo per dubitarne.

Innanzitutto, il quadro europeo non è omogeneo come quello americano, ma non vi è dubbio che in questi anni in molti paesi europei (dalla Germania all’Olanda, dalla Spagna alla Svezia) sono state varate importanti riforme strutturali. Quindi, anche se il modello sociale ed economico europeo rimane diverso da quello statunitense, è incontestabile che alcuni governi europei hanno cercato di adeguare le strutture delle loro economie alle necessità dei tempi. La vera differenza tra Europa e Stati Uniti è stata la risposta alla crisi deflattiva di questo inizio di secolo determinata dallo scoppio della bolla speculativa delle borse e dalla crescente pressione competitiva dei paesi a bassi salari. L’Europa non ha preso provvedimenti straordinari ed, anzi, ha avuto una politica monetaria ingessata da una Banca centrale europea che voleva costruirsi la propria credibilità.

Completamente diversa è stata la risposta degli Stati Uniti: i tassi sono stati portati all’1%, si è passati ad una politica di deficit spending e si è fatto scivolare il valore del dollaro. Considerata la portata di questi interventi non può sorprendere che il tasso di crescita americano sia stato e sia ancora oggi nettamente superiore a quello europeo. Non deve nemmeno sorprendere che negli Stati Uniti comincino a manifestarsi alcuni segnali (invero ancora contraddittori) di rallentamento della crescita proprio in concomitanza con l’esaurirsi degli effetti di queste politiche di stimolo.

La politica di Washington è stata possibile perché gli Stati Uniti hanno potuto vivere al di sopra dei loro mezzi, come dimostra una bilancia commerciale destinata a chiudersi quest’anno con un disavanzo superiore ai 600 miliardi di dollari senza dover pagare alcun prezzo. Questo deficit così come i differenziali di crescita tra le diverse aree del mondo, come sottolinea con forza l’OCSE, appaiono insostenibile. In altri termini, come sostengono gli economisti dell’Organizzazione con sede a Parigi, la continuazione di questo trend renderà ancora più gravi gli squilibri dell’economia internazionale, rendendo più probabile lo scoppio di una crisi.

Ora tutto sembra contraddire questo scenario. Ad esempio, il ritrovato vigore del dollaro sembra indicare che la capacità degli Stati Uniti di attrarre i risparmi del resto del mondo è intatta. Anche il rialzo delle borse sembra far ritenere che le prospettive di crescita dell’economia sono buone. A disturbare sembra esserci, da un canto, la stagnazione dell’economia europea, e dall’altro, il comportamento dei mercati dei capitali dove i tassi continuano a scendere. Se i rendimenti delle obbligazioni della Confederazione attorno al 2% e dei Bund tedeschi decennali scesi al 3,3% possono essere in linea con le prospettive di crescita non esaltanti dell’Europa, è molto più difficile capire la discesa dei tassi americani, ora di poco superiori al 4%.

La nuova teoria degli analisti finanziari, che ricorda molto quella della nuova economia prodotta da Internet, è che gli investitori istituzionali starebbero comprando a mani basse le obbligazioni e quindi spingendo al ribasso i rendimenti. Il corollario paradossale e assurdo di questa teoria è che saremmo tornati nel «Paese del Bengodi», poiché non vi sarebbe alcun rischio di correzione dei corsi delle obbligazioni, visto che le casse pensioni continueranno a comprare, e nessun rischio di correzione delle borse, poiché a questi livelli dei tassi non vi sono reali alternative all’investimento azionario.

Il tutto è troppo bello per essere vero e soprattutto sostenibile nel tempo. La vera spiegazione potrebbe però essere che i mercati dei capitali non prevedono solo, come l’OCSE, che non vi sarà ripresa in Europa, ma anche che la crescita statunitense è destinata a rallentare sensibilmente. Ossia potrebbero anticipare che l’esaurirsi degli effetti propulsivi delle manovre economiche statunitensi riproponga lo scenario deflazionistico dell’inizio di questo decennio.

Copyright © La Repubblica per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved