SINDROME ARGENTINA

27 Marzo 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – In questi giorni il popolo di sinistra sta infilando bottiglie di champagne nel frigorifero per prepararsi alla festa (vittoria) del 10 aprile e, probabilmente, il popolo della destra sta facendo la stessa cosa. Nell´attesa, conviene riflettere su qualche fatto, e si vedrà che forse la festa del 10 aprile (a chiunque tocchi di farla) sarà di assai breve durata. Il perché è presto detto.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link INSIDER

Al di là delle polemiche sulla crescita zero (e anche al di là delle continue assicurazioni dell´attuale governo, per il quale stiamo vivendo nel migliore dei mondi possibili), la situazione si sta facendo pesante e preoccupante come raramente lo è stata negli anni passati.
E´ già stato scritto che in questi giorni sulla piazza di Londra stanno maturando osservazioni verso l´Italia assai sgradevoli (e, purtroppo, non sbagliate). Se il Financial Times scrive che a proposito del debito pubblico italiano si sente un odore di Argentina (insomma di Tango Bond), gli economisti di Morgan Stanley (Vincenzo Guzzo) spiegano che l´Italia cresce troppo poco e ha un debito pubblico troppo alto, il che lascia immaginare che non sarà agevole per l´Italia vivere in pace e serenità dentro la comunità europea. Siamo già adesso, per essere chiari, un´anomalia guardata con crescenti sospetti. A breve potremmo diventare qualcosa di ancora più scomodo.

Il perché di queste osservazioni nasce dall´esame di pochissimi dati. L´Italia ha da molti anni un debito pubblico di dimensioni ciclopiche. E un debito pubblico molto alto significa che bisogna pagare molti interessi. Una buona parte delle imposte che paghiamo finisce in realtà non in servizi che lo Stato ci passa, ma ai detentori del nostro debito pubblico, cioè a quelli che hanno prestato i soldi allo Stato (che per il 55% sono ormai soggetti stranieri).

Ebbene, negli anni Novanta, di fronte alla paura di essere lasciati fuori dall´area euro e quindi di finire nella tempesta, questo paese è riuscito a esibirsi in una performance di tutto rispetto. Ha ridotto di circa 18 punti il proprio debito pubblico, passando dal 121,4 (rispetto al Pil) del 1994 al 103,8 del 2004. E questo è stato uno sforzo notevole e veramente importante. Ma poi le cose sono cambiate e alla fine del 2005, nel giro di un solo anno, il debito pubblico italiano è tornato a crescere: 106,4%, quasi tre punti percentuali in più in appena dodici mesi. E l´avanzo primario (cioè la differenza fra spese e ricavi, senza tenere conto degli interessi) è sceso dagli oltre 6 punti percentuali dell´inizio anni 2000 allo 0,5% del 2005.

E´ a questo punto, davanti a queste cifre, che la comunità finanziaria internazionale ha cominciato a guardare all´Italia con un certo sospetto. E in effetti c´è da essere preoccupati. Gli economisti di Caboto-Banca Intesa hanno fatto qualche conto per vedere, sul piano puramente aritmetico non politico, che cosa potrebbe succedere. Sono stati disegnati tre possibili scenari.

1 – Nel primo di essi si fa l´ipotesi che l´avanzo primario rimanga ai livelli dello 0,5% del Pil, come nel 2005. Si fa cioè l´ipotesi che lo Stato, una volta incassate tutte le imposte e le tasse e saldate tutte le spese che deve fare, rimane con in cassa solo lo 0,5% del Pil. Una modesta somma con la quale deve fare fronte al pagamento dei cospicui interessi.

Il risultato, in questo caso, non può che essere uno: il debito pubblico complessivo, anno dopo anno, cresce. Nel 2050 il debito pubblico italiano, che oggi è di poco superiore al 103% del Pil esploderebbe fino a raggiungere il 220% del Pil. In realtà, non si arriverebbe comunque mai a tale livello: il paese esploderebbe, tipo Argentina, molto prima. E allora non basterebbe una sola imposta patrimoniale per rimettere le cose a posto e per consentire al paese di continuare a esistere. Magari ne serviranno dieci.

2 – Ma, rimettere a posto l´avanzo primario, significa ridurre le spese, e questo è sempre difficile. Ma, se ci si riesce e se lo si riporta al 3,5% del Pil (e si rimane lì), allora nel giro di tre decenni l´Italia va sotto la linea di un debito pari al 60% del Pil (che è esattamente quanto richiesto da Maastricht).

3 – C´è, comunque, un´altra strada, meno dolorosa (ma forse irrealistica). Si può tentare, cioè, di abbattere il debito accumulato. Si vendono un po´ di beni, si rimborsa il debito, e così si devono pagare meno interessi. Secondo gli economisti di Caboto bisognerebbe vendere beni per il 5,3% del Pil all´anno per dieci anni di fila. In sostanza, si tratterebbe di vendere beni per 80 miliardi di euro all´anno, per dieci anni di seguito. E francamente sembra difficile riuscire in un´impresa del genere.

In conclusione, siamo qui, non poi così lontani da un crac di tipo argentino. Si può evitare. Ma bisogna invertire la rotta dei conti pubblici italiani immediatamente. Subito dopo aver stappato lo champagne del 10 aprile. Altrimenti la situazione diventerà ingovernabile, e non ci sarà proprio più niente da fare.

Copyright © La Repubblica per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved