SCANNARSI
SUL DOLLARO

4 Febbraio 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Gli squilibri dell’economia internazionale e l’annullamento dei debiti dei paesi più poveri saranno i temi principali del G7 che si tiene oggi e domani a Londra. La partecipazione dei ministri di Cina, India e Russia rappresenta simbolicamente il riconoscimento dei cambiamenti della geografia dell’economia mondiale e l’ammissione di un cambiamento dei rapporti di forza tale da sottrarre il monopolio dei destini economici del mondo dalle mani dei Sette Grandi.

A Londra si discuterà (molto probabilmente senza giungere ad alcun risultato) su come rattoppare un sistema monetario internazionale che rimane imperniato su un dollaro che è nel contempo l’espressione dell’unica superpotenza planetaria e del paese più indebitato del mondo. Infatti, il leggero rialzo del dollaro nei confronti dell’euro, registratosi nelle ultime settimane sui mercati dei cambi, non oscura il pericolo rappresentato dalla continua crescita del disavanzo commerciale statunitense, che l’anno scorso ha superato i 600 miliardi di dollari.

Finora il conseguente aumento dell’indebitamento estero americano non ha provocato soverchie preoccupazioni. La minore propensione degli investitori privati stranieri di comprare attività denominate in dollari è stata compensata dai massicci acquisti operati dalle banche centrali asiatiche. A guadagnarci sono ambedue i principali artefici di questo scambio. Gli americani, perché i massicci acquisti di dollari da parte di cinesi e giapponesi continuano ad evitare un aumento dei tassi di interesse statunitensi, che metterebbe in pericolo la ripresa americana. I cinesi, perché, da un canto, il sostegno della crescita americana tiene aperto il principale mercato di sbocco delle loro esportazioni e perché l’accumulazione di dollari può essere usata come garanzia contro eventuali derive protezionistiche degli Stati Uniti e come arma se si manifestassero tensioni politiche.

Questo tacito patto tra Pechino e Washington, che continua e potrebbe continuare ancora a lungo, non è però alla pari. Infatti sotto la sua ombra, da un canto è cresciuta la penetrazione delle esportazioni cinesi e, dall’altro, l’uso politico dei miliardi di dollari accumulati da Pechino per assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime, e in particolare di petrolio, e per tessere una serie di alleanza in Asia, in Africa e in Medio Oriente. E tutto ciò mentre gli Stati Uniti si sono resi conto che la flessione del dollaro non ha prodotto alcun miglioramento del loro disavanzo commerciale, nemmeno negli scambi con i paesi europei penalizzati dal rialzo dell’euro.

È quindi cresciuto il timore che il disavanzo commerciale sia strutturale e riconducibile alla massiccia delocalizzazione di attività produttive nei paesi a bassi salari. In base a queste considerazioni l’amministrazione Bush sembra aver abbandonato la politica dell’indebolimento del dollaro e sembra puntare decisamente, con il sostegno dei paesi europei, sulla rivalutazione della moneta cinese, in modo da ridurre il pesante disavanzo degli interscambi commerciali con l’Asia. La risposta cinese è nota: per il momento il tasso di cambio del renminbi non si tocca!

Pechino dice di aver bisogno di tempo e ricorda giustamente che anche una sensibile rivalutazione della sua moneta non penalizzerebbe l’export cinese né ridurrebbe il vantaggio di andare a produrre in Cina. In altri termini, Pechino afferma che una rivalutazione del renminbi, oggi agganciato con un tasso di cambio fisso al dollaro, è un rattoppo che non altera il vantaggio competitivo dei paesi a bassi salari e che non risolve il problema di un paese come gli Stati Uniti, che vive al di sopra dei propri mezzi. Infatti il problema è sostanziale: il sistema monetario internazionale attuale non corrisponde più alla geografia economica del mondo e, quindi, le tensioni cui assistiamo costituiscono le inevitabili convulsioni di un confuso periodo di transizione verso un sistema monetario, nel quale il dollaro diventerà una moneta regionale cui si affiancheranno l’euro e il renminbi per l’Asia.

Vista la partita in gioco, è probabile che dal vertice di Londra non esca nulla di concreto, se non la cancellazione dei debiti dei paesi più poveri detenuti dagli Stati e da organizzazioni internazionali, come l’FMI, ecc., che è fortemente voluta dalla Gran Bretagna e che non è sostanzialmente osteggiata da nessuno dei Grandi. Questo provvedimento verrà sicuramente sbandierato come un grande successo. In realtà è semplicemente il riconoscimento di una realtà di fatto che allevierà le condizioni dei paesi più poveri, ma che non sarà sufficiente per il loro sviluppo se la cancellazione dei debiti non verrà affiancata da nuovi aiuti.

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