Biden: i 3 punti della sua agenda climatica

8 Marzo 2021, di Marouane Bouchriha (Edmond de Rothschild)

Le misure annunciate dall’amministrazione Biden non sono nuove e appaiono in linea con gli impegni della campagna elettorale. Tuttavia, la velocità di questi annunci e il nuovo approccio “whole of government” sono la prova di un’amministrazione che non solo sta cercando di tornare alle pratiche dell’era Obama, ma sta riconoscendo alle questioni climatiche una rilevanza sempre maggiore. Il clima è al secondo posto tra le sette priorità definite dalla nuova amministrazione, appena dietro la gestione della crisi sanitaria e l’approccio “whole of government” di Biden fa sì che il clima diventi una componente essenziale della politica a livello federale.

I primi segnali di tale approccio sono la creazione di un ufficio all’interno della Casa Bianca che si occupa del coordinamento della politica ambientale interna, e una figura di inviato speciale per il clima all’estero.
Il Dipartimento del Tesoro dovrà ora integrare i rischi finanziari legati al cambiamento climatico e un costo sociale delle emissioni di gas serra – potenzialmente intorno ai 50 dollari/tonnellata – sarà incorporato nel processo decisionale delle varie agenzie federali. Inoltre, gli Stati Uniti si uniranno all’accordo di Parigi e prevedono di tenere un vertice dei leader sulle questioni climatiche durante il prossimo aprile per annunciare, presumibilmente, un obiettivo di neutralità dal carbonio entro il 2050.

Petrolio, un settore in caduta libera

Il settore più colpito a priori è quello dell’Oil & Gas, innanzitutto con una moratoria sulle esplorazioni petrolifere nell’Arctic National Wildlife Refuge. Si tratta di una misura principalmente simbolica che pone fine all’autorizzazione di esplorazione concessa da Trump verso la fine del suo mandato. L’asta lanciata all’inizio di gennaio per i lotti di esplorazione nell’Artico, condotta come gesto simbolico dall’amministrazione uscente, non ha avuto successo con solo due compagnie partecipanti e nessuna major. Inoltre, il controverso progetto Keystone XL, per un oleodotto che trasporta petrolio bituminoso dall’Alberta, Canada, al Texas, è stato cancellato. Biden ha anche annunciato una pausa temporanea nel rilascio dei permessi di perforazione sui terreni federali. Il 20% del petrolio e del gas naturale prodotto negli Stati Uniti proviene da terreni federali: questa misura è stata anticipata dalle compagnie, che hanno aumentato il numero di richieste di permessi nell’anno precedente e ora hanno quasi cinque anni di riserve a disposizione al ritmo attuale.
Questa misura è temporanea e potrebbe essere revocata più avanti. Inoltre, è lontana dal soddisfare le richieste dell’ala sinistra del Partito Democratico per la fine del fracking, alla base del petrolio di scisto.

Si tratta di misure largamente simboliche con ridotto impatto sul settore. Biden ha menzionato la necessità di rivedere i sussidi al settore e di rendere più severe le regole sulle emissioni di metano. Il settore petrolifero gode di un trattamento fiscale preferenziale negli Stati Uniti e una revisione avrebbe un impatto più significativo sulla generazione di cassa del settore. Per quanto riguarda l’inasprimento delle regole sulle emissioni di metano, dovrebbe generare nuovi, ma minimi, costi operativi. Come segno dei tempi, MasTec, una società di costruzioni specializzata nello sviluppo e nella costruzione di infrastrutture petrolifere, ha da poco annunciato che sta riorientando le proprie attività verso le telecomunicazioni, lo sviluppo delle energie rinnovabili e la rete elettrica.

Trasporti, gli arretrati da recuperare

L’obbligo per le agenzie federali di convertire le loro flotte in veicoli a zero emissioni Made in America è di notevole importanza per il settore, dal momento che lo Stato federale ha una flotta di 645.000 veicoli e spende 4,4 miliardi di dollari all’anno in manutenzione. L’annuncio garantisce volumi per i player tradizionali come General Motors e Ford, con il lancio dei loro primi modelli elettrici, ma potrebbe anche essere una manna dal cielo per la miriade di start-up americane.

Oltre a questo sostegno, Biden ha chiesto una revisione da parte dell’EPA – l’agenzia di regolamentazione ambientale – delle regole sulle emissioni dei veicoli. L’allentamento di queste regole sotto Trump rende ora gli Stati Uniti una delle regioni più permissive in termini di emissioni medie dei veicoli passeggeri, dietro la Cina.

Gli Stati Uniti hanno perso molto terreno da Pechino in termini di sviluppo dei veicoli elettrici. La capitalizzazione di Tesla non dovrebbe nascondere il fatto che la maggior parte della catena del valore si trova ora in Cina. A nostro parere, un forte sostegno allo sviluppo di una catena locale gioverebbe a LG Chem e General Motors, due player con diverse joint venture che producono batterie e componenti elettrici negli Stati Uniti.

Infrastratture, in attesa del piano di stimoli

Il settore delle costruzioni si aspetta una revisione degli standard di efficienza energetica richiesti per i nuovi edifici. I dettagli verranno resi pubblici a maggio. L’unica revisione degli standard per i nuovi edifici ha avuto un impatto limitato, ma altre misure di sostegno al settore saranno incluse nel piano di stimolo atteso nel secondo trimestre. Ci si può aspettare un’accelerazione dei progetti di ristrutturazione degli edifici amministrativi. I principali beneficiari sarebbero: player che si occupano di materiali isolanti, produttori di sistemi di condizionamento, società di ingegneria.

Al di là degli annunci, il discorso di Biden alla fine di gennaio conteneva numerosi riferimenti alla “‘just transition”. L’impatto sociale di queste misure non sarà trascurato e sembra quindi difficile vedere emergere un consenso intorno a misure coercitive o aumenti fiscali che avrebbero un impatto sul consumatore.
I due strumenti principali saranno probabilmente la regolamentazione e i sussidi: il “bastone” dell’inasprimento delle regole sulle industrie fossili per limitarne la crescita e la “carota” dei sussidi per migliorare la competitività delle nuove tecnologie. Il destino delle tasse che Trump aveva imposto sulle importazioni di pannelli solari dalla Cina dovrà essere monitorato da vicino. La Cina produce il 62% dei pannelli solari utilizzati in tutto il mondo e la produzione statunitense non è competitiva. SunPower, un produttore americano, ha appena chiuso la sua ultima fabbrica statunitense. Sarà quindi necessario trovare una linea di demarcazione tra il Made in America e la Just Transition.