LORO GIURANO, FOLLINI TRAMA

25 Aprile 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Il nuovo governo giura ma non dura, dicono i maligni della Casa delle libertà. Di solito i maligni non sbagliano. Previsioni: Berlusconi rimpastato con il lievito di birra valtellinese (Tremonti) vivrà al massimo sei mesi, il tempo necessario per scrivere il Documento di programmazione economica e finanziaria.

Sulla Finanziaria cadrà malamente impallinato dal rompiballe, alias Follini, il quale, libero da impegni di lavoro serio nell’esecutivo, si impegnerà seriamente ad abbatterlo. Ormai si è specializzato nel ramo killeraggio e premerà il grilletto a colpo sicuro. Speriamo di essere in errore. Il futuro del Bis ci pare segnato. Nasce infatti con un peccato originale: l’Udc. L’Udc ha accettato di continuare l’esperienza nella maggioranza di centrodestra controvoglia, con scarso entusiasmo, distratta da pensieri alternativi. Diciamolo con schiettezza: freme dal desiderio di approdare sull’altra sponda dov’è pronto ad accoglierla il democristiano dossettiano Romano Prodi. Fantasie? Mica tanto.

È già accaduto, e in politica c’è sempre la tendenza a ripetere. Era il 1998. Prodi, presidente del Consiglio (coalizione di centrosinistra), fu sfiduciato da Bertinotti e costretto a sloggiare da Palazzo Chigi. Gli subentrò Massimo D’Alema il quale però – senza l’appoggio del cecchino Bertinotti – non aveva la maggioranza. Che fare? Rifondazione fu spezzata in due tronconi. Fausto si ritirò in un angolo. Cossutta e Diliberto offrirono al premier incaricato il loro devoto appoggio. Che però non bastava. Per raggiungere il 51 per cento mancavano all’Ulivo misto Falce e martello una ventina di deputati. Mastella, all’epoca socio di Casini, disse: sono qui, compagni.

Traslocò da destra a sinistra con un drappello di onorevoli e D’Alema fu in condizione di governicchiare. Si obietterà: oggi Prodi gode del fraterno abbraccio sia di Bertinotti sia di Cossutta-Diliberto, quindi non necessita dell’aiuto di transfughi. Vero, verissimo. Ma un governo fortemente comunistizzato non è rassicurante e non garantisce buona salute; se al posto dei rossi antichi arrivassero i demofolliniani la musica sarebbe diversa, assai più soave anche agli orecchi delicati degli elettori progressisti-ma-non-troppo.

Il Professore direbbe agli italiani: venite con noi, ci siamo depurati dalle scorie marxiste, ora anche i più delicati di stomaco ammetteranno che siamo affidabili; la nostra coalizione è omogenea e coesa (parole magiche): democristiani, democratici di sinistra, demomargherite, verdi e socialisti boselliani, roba chic. Effettivamente, l’assenza di comunisti può invogliare una bella fettina di italiani a votare per il centrosinistra. Al quale il Paese è abituato dal 1962, ingresso del Psi nell’area di comando. Vi sembra un ragionamento idiota?

Altra obiezione semplice-semplice: se questo è il Progetto di Prodi (e Follini) perché non lo realizza subito anziché attendere ottobre? Converrete, i tempi non sono maturi. Se Follini attraversasse adesso il guado presterebbe il fianco ad una accusa scontata: traditore, traditore. Se viceversa egli lascia che i rapporti con Berlusconi si deteriorino, a un certo punto sarà legittimato a dire: così non si va avanti, rompo, e per senso di responsabilità corro a dare una mano a Prodi, e regalo alla sua coalizione un contributo moderato tale da rasserenare il quadro politico. Ho detto ottobre in base a un calcolo di probabilità; ma se fosse febbraio o marzo, in fondo, cosa cambierebbe?

È certo che attualmente la Casa delle libertà è un Pollaio delle vanità. Fini è scocciato con Berlusconi (ma non lo confessa per una questione di stile) perché questi ha rinsaldato l’alleanza con la Lega e non lo considera granché nonostante Alleanza Nazionale abbia un patrimonio di voti secondo soltanto a quello di Forza Italia. Inoltre Gianfranco fatica a giustificare con i suoi elettori, e coi suoi colonnelli, lo strapotere leghista nella coalizione che irrita parecchio la base postfascista, provocando una fuga di consensi dall’ala destra del partito. Fini è prudente e non se la sente di buttare all’aria il tavolo, l’unico sul quale gli sia permesso di giocare, ma non ce la fa a giocare sereno perché avverte di essere discriminato dal mazziere.

Insomma, è già molto che il ministro degli Esteri e vicepremier abbia conservato un certo aplomb in una situazione nella quale egli è sistematicamente penalizzato. Pazienta e prende tempo, confida in una prossima favorevole congiunzione astrale, però non si fida; probabilmente non sarebbe contrario all’uscita di scena del Cavaliere e all’ingresso di un leader più fresco – magari lui stesso – capace di ricostruire la Casa delle libertà su fondamenta diverse: niente monocrazia berlusconiana, basta personalismi esasperati, basta “faso tuto mi”, e magari una Lega ridotta a sostegno esterno, tipo travicello.

Per concludere il capitolo Fini, sottolineiamo il recupero di Tremonti nel ruolo di vicepremier, assolutamente indigeribile agli ex camerati per ovvie ragioni: la cooptazione del professor Giulio nell’esecutivo è interpretata come un’ulteriore occupazione nordista del potere. Sono consapevole. Questi discorsi irritano gli italiani, e forse anche i nostri lettori, desiderosi di chiarezza e linearità, riluttanti a concedere attenzione agli intrighi della politica. Tuttavia, o ve li faccio, a rischio di perdervi a metà articolo, oppure rinuncio a fotografare la realtà. Vabbè, proseguo alla sperindio. Tralascio per brevità di riassumere le puntate precedenti.

Il nuovo governo c’è e presenta alcune novità. Scajola al posto di Marzano (Attività produttive). Storace al posto di Sirchia (Sanità). Dentro Landolfi, fuori Gasparri (Telecomunicazioni e affini). Dentro La Malfa (Politiche comunitarie), trasferito Buttiglione ai Beni Culturali in luogo di Urbani (a casa). Dentro Miccichè e Caldoro (socialista di De Michelis). Sarà sufficiente questa girandola a mutare rotta? Ce lo auguriamo, però però però… Non illudiamoci. Trattasi di tentativo.

D’altronde quando un malato si aggrava e nessun medico è in grado di rimetterlo in piedi, si ripiega su guaritori, maghi, santoni. A volte si compie il miracolo. A volte. Ma stiamo coi piedi a terra. L’orizzonte è cupo e, strizzando gli occhi come i miopi, scorgiamo una prima difficoltà: Siniscalco, ministro dell’Economia. Il quale ha già detto: non c’è una lira. Di ridurre ancora le tasse non se ne parli neanche. Se insistete, vi saluto e me ne vado. Bega assicurata. Tremonti è lì che spasima. Sarà una Finanziaria pirotecnica. E l’opposizione pregusta lo spettacolo: azzuffatevi tra voi, fateci divertire; così sarà uno scherzo togliervi di torno.

Intanto Prodi stila la lista dei suoi ministri, elabora il programma e, come un parroco davanti all’arrosto fumante, si frega le mani soddisfatto. Berlusconi, poveraccio, non sa a che santo votarsi. Pur di resistere qualche mese ancora si sottopone a torture cinesi. Ha rifiutato le elezioni anticipate impossibilitato non solo ad accordarsi (sul programma della prossima legislatura) con i soci, ma anche solo a dialogare con loro. Se parla, non lo ascoltano; se parlano loro, non li ascolta lui.

Diagnosi infausta: la maggioranza si è sfasciata. Nell’animo di ciascun leader la tentazione è insopprimibile: crepi Sansone con tutti i Filistei. Se la Cdl non è ancora crollata è perché l’istinto di sopravvivenza degli inquilini è altrettanto insopprimibile. Si tira avanti per inerzia in un precario equilibrio. Intanto l’immagine, la reputazione del centrodestra va a schifìo.

Ci vorrebbe un miracolo. Ma è ragionevole aspettarsi un miracolo da Miccichè? E pensare che i voti del centrosinistra da anni sono 12 milioni e non aumentano. Diminuiscono invece quelli di centrodestra perché tanta gente, nauseata, o non si reca al seggio o, se si reca, sputa sulla scheda. Per recuperarla non è indispensabile darle qualcosa; basta cessare di disgustarla. Martedì il governo chiede la fiducia al Parlamento. Non scommetto un euro che l’avrà.

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