LA QUARTA
GUERRA MONDIALE

6 Febbraio 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La settimana che si è aperta con le elezioni in Iraq resta dominata da questo tema la cui analisi è quantomai complessa e non si presta al carattere della nostra rubrica. Lascio dunque agli specialisti e ai cronisti che riferiscono dal terreno la valutazione dei fatti e delle loro possibili conseguenze. Mi sembra invece altrettanto interessante cogliere alcune reazioni topiche che si sono manifestate nei giorni immediatamente successivi a quelle elezioni; dal tono e dall’interpretazione di quanto è accaduto emergono infatti con evidenza gli interessi, i pregiudizi ed anche, più raramente, l’obiettività dei vari interlocutori posti di fronte ad una svolta importante della quarta guerra mondiale.

La definizione di quarta guerra mondiale non è mia. È stata coniata dal gruppo dei neo-conservatori americani e dai loro sostenitori europei (soprattutto italiani) subito dopo l’11 settembre, data fatidica che ne segnerebbe l’inizio. Dopo i due conflitti del 1914 e del 1939 che sconvolsero il mondo e l’Europa e dopo i vent’anni di guerra fredda che oppose le due superpotenze nucleari, si sarebbe infatti aperta una quarta fase nella quale la sola superpotenza ormai esistente si sarebbe posta come fine non solo la vittoria sul terrorismo ma anche, anzi soprattutto, l’abbattimento dei regimi tirannici esistenti nel mondo e la diffusione della libertà e della democrazia su tutto il pianeta.

Non sto a discutere nel merito una tesi di così ampia e per molti aspetti utopica prospettiva. Osservo che i suoi fautori hanno reagito all’unisono definendo le elezioni irachene di domenica scorsa come il primo passo storico di questa lunga marcia che dovrebbe concludersi col trionfo della libertà in tutto l’orbe e specialmente nei luoghi dove la sua presenza è flebile o addirittura inesistente e cioè in gran parte del continente africano, in quasi tutto il Medio Oriente, allungando lo sguardo fino all’immensa Cina nonché ad una visibile ripresa dell’autocrazia nella Russia di Putin.

Vogliamo fotografare uno dei protagonisti di questo modo di pensare? Ha un viso ormai familiare per la quantità delle apparizioni televisive degli ultimi due anni: ma sì, è lei, il nuovo segretario di Stato americano Condoleezza Rice, Condy per gli amici, la prima donna arrivata al vertice della piramide politica a sostituire Colin Powell, l’altro ‘colorato’ ascritto al partito delle colombe nell’Amministrazione Bush.
Condy finora aveva recitato la parte d’un falco tra i falchi di Washington ma, promossa da consulente per la sicurezza a segretario di Stato, pareva essere entrata in fase ‘mutante’, più incline ad ammorbidire il suo vino d’annata con forti dosi di acqua.

Aveva cominciato anche lei, come il suo predecessore e maestro, ad auspicare il multilateralismo e il dialogo alla pari con i partners europei e il pregio del ‘decidere insieme’ dopo lo scisma d’Occidente verificatosi con la guerra irachena. Ma fin dalla sera di domenica Condy ha di nuovo cambiato tono e registro. Ha trascorso sera e nottata in tutti i ‘talk show’ da costa a costa e relativi fusi orari, inneggiando alla portata storica dell’evento iracheno con il quale avrebbe inizio la marcia verso la diffusione mondiale della libertà e della democrazia con buona pace di quanti osteggiarono l’intervento contro Saddam.

Sappiamo (li ha elencati Bush) quali sono gli Stati dominati dalla tirannia con i quali l’America si appresta a fare i conti, per ora adoperando mezzi politici e diplomatici senza tuttavia escludere l’opzione militare: Iran, Siria, Corea del Nord, Birmania, Zimbabwe. Sappiamo anche che l’Europa, compreso in questo caso Tony Blair, è decisamente contraria a condividere una simile strategia che equivarrebbe a uno stato di guerra permanente. Sarà questa la domanda che Condoleezza metterà sul tavolo nel suo viaggio nelle capitali europee? O si limiterà a chiedere ai partner di alleviare con i loro contributi il peso finanziario della guerra irachena (250 miliardi di dollari)? Ma soprattutto: saranno disponibili – George Bush e Condy – a ‘decidere insieme’ agli europei sui seguiti da dare ad una recuperata unità d’azione dell’Occidente o torneranno a far da soli come nel maggio di due anni fa?

Nel generale tripudio americano appare ancor più evidente il silenzio eloquente dell’Arabia Saudita, alleato fedele ma altamente sospettabile dell’America. Non una parola dalla Corte Reale sull’evento iracheno. Analogo silenzio nelle moschee e nei centri religiosi waabiti. Stesso silenzio al Cairo nelle prime ore post-elettorali, mentre governo e ayatollah iraniani hanno auspicato intese cordiali con l’Iraq sciita uscito dalla consultazione. Queste diverse reazioni hanno una loro logica. Arabia ed Egitto sono paesi sunniti e vedono con preoccupazione il possibile formarsi d’un blocco sciita ai loro confini. Sono anche paesi governati in forme autocratiche e possono prima o poi essere obiettivi della strategia della libertà fatta propria da Bush. Teheran dal canto suo, sa bene che gli sciiti di Al Sistani non intendono allinearsi ma non potranno neppure ignorarlo. Perciò Teheran cerca d’ipotecare Sistani nella sua futura strategia, la strada è lunga e le incognite numerose. A Teheran esiste e opera anche una forza riformista, forte soprattutto tra gli studenti e la borghesia colta. Nel programma di Bush e della Rice è su questa forza che può far leva la strategia della libertà. Ecco dunque un cuneo del quale lo sciitismo dovrà tener conto sia a Teheran sia a Baghdad.

Altri silenzi dai paesi musulmani dell’Asia: Pakistan, Indonesia, Turchia. Dalla Palestina di Abu Mazen. E ovviamente da Pechino. Aspettano di capire se a Washington prevarranno gli ‘idealisti’ o i ‘realisti’, l’utopia dell’impero della libertà o la real politic ‘degli interessi e del compromesso’.
Una parola per la sinistra italiana: complessivamente ha dato l’impressione di aver accolto il voto iracheno a bocca storta, segnalando più le difficoltà del domani (che certo esistono) che il buon successo dell’oggi.

Non mi pare un buon atteggiamento. Con la presenza maggioritaria alle urne in mezzo al terrore, ai kamikaze, alle truppe delle potenze d’occupazione è stata comunque un atto di coraggio e una prova di autogoverno che non può esser salutata che con gioia e sincero sollievo.
Quanto alle dichiarazioni trionfalistiche del nostro presidente del Consiglio, ci ricordano la storiella della mosca che si era posata sul collo del bove aggiogato all’aratro. A chi le domandava che cosa stesse facendo la mosca rispose: non lo vedi? Stiamo arando.

Copyright © L’Espresso per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved