L’ OROLOGIO FERMO DEL CENTROSINISTRA

25 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Le turbolenze all’interno della maggioranza hanno offerto all’opposizione comodo scudo dietro il quale far dimenticare tutto ciò che non va all’ombra dell’Ulivo. Ma il dibattito che si è svolto sul Corriere, aperto da un articolo di Giuseppe De Rita e scandito poi da un intervento di Giuliano Amato, è servito a non perdere di vista l’altro corno del problema italiano.

Che si riassume così: se è vero che il partito berlusconiano vive una crisi in cui si esaurisce il suo rapporto con l’Italia produttiva che fu all’origine della vittoria del 2001, nessuno crede che la sinistra sia oggi pronta a governare il Paese. E molti dubitano che sia cominciata la marcia trionfale dell’esercito prodiano verso Palazzo Chigi.

Salvo alcuni tenaci ottimisti, tutti gli altri si rendono conto che è arduo trasformare in consenso elettorale il malessere del Paese, partendo da quel 31% non esaltante raccolto dalla Lista Prodi alle elezioni europee. Nella discussione sul Corriere è emersa un’opinione netta: non si può ripetere l’esperienza del ’95-96 come se gli ultimi anni non fossero trascorsi. Non si può, in altri termini, immaginare che il ritorno di Romano Prodi sulla scena si limiti a un giro d’Italia all’insegna della buona propaganda, quasi che il pullman fosse in garage con il motore acceso dieci anni dopo. Probabilmente ci vuole altro.

Secondo Fassino, occorre rivolgersi alla «parte del Paese che vuol crescere»; e Amato osserva che si tratta di calare il progetto politico in una rete di energie e di interessi estesa all’intero territorio nazionale, ben oltre i vecchi partiti. Se è così, allora è inutile illudersi che le ricette di dieci anni fa siano valide ancora oggi, dopo il ciclo di Berlusconi.

Eppure nel centrosinistra si avverte una sensazione di déjà vu. Come dieci anni fa, il partito di Bertinotti si avvia a giocare un ruolo essenziale nella coalizione. Come dieci anni fa, i Verdi e gli altri segmenti più o meno «antagonisti» sono pronti a dettare le loro condizioni a Prodi. Come dieci anni fa, si profila un cartello elettorale in cui ogni contraente avrà «pari dignità», come se non si sapesse che quello che davvero occorre non è un contratto per garantire porzioni di potere, bensì un’idea dell’Italia non retorica. Un’idea su cui ricreare quel «blocco sociale di riferimento» di cui parla De Rita.

Oggi Tony Blair mostra segni di logoramento, ma il primo ministro inglese ha rappresentato a lungo il fenomeno politico più innovativo d’Europa. Ai suoi esordi egli non vinse le elezioni ritornando alle ricette laburiste del periodo precedente la Thatcher. Al contrario, Blair fu capace di assorbire il meglio del periodo thatcheriano lasciando il peggio. In tal modo riuscì a sedurre proprio quella parte del Paese che aveva sostenuto i conservatori e ne travasò il consenso nel nuovo partito laburista.

Forse il centrosinistra sarebbe più sicuro del suo futuro, se riuscisse a imitare Blair. Parlare (invece di disprezzarla) alla stessa Italia che ha votato Berlusconi e che gli ha chiesto in buona fede, magari senza ottenerlo, un lasciapassare verso la modernità. Per farlo servono due cose: un’idea semplice ma accattivante della società e del suo sviluppo; una forza politica credibile e coesa alle spalle.

Al momento il centrosinistra non possiede né l’una né l’altra. In tanti aspettano che Prodi si metta al lavoro e hanno ragione, anche perché il tempo passa. Ma un dinamismo sterile nella sua frenesia non sarebbe d’aiuto, se non fosse sostenuto da un progetto concepito nel 2004 e non nel 1995: per gli italiani di oggi e non per quelli di dieci anni fa.

Perché in tal caso neanche la prospettiva di elezioni anticipate a breve termine colmerebbe il vuoto.

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