L’ EUROPA E IL DOLLARO A RISCHIO

2 Marzo 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – La visita di Bush in Europa la scorsa settimana era centrata su temi politico-militari. Per migliorare i rapporti transatlantici vanno però affrontati anche quelli economici. L’Ue dovrebbe insistere su questo: nella sua storia e nelle sue istituzioni c’è l’idea che le questioni economico-mercantili hanno dignità culturale e politica e la loro buona gestione contribuisce alla pace e alle relazioni internazionali. Mercurio è meglio di Venere nel limitare il ruolo di Marte.

Sul fronte economico è centrale il tema dello squilibrio tra esportazioni e importazioni Usa. Da qualunque lato lo si guardi è uno squilibrio grave che fa presagire un periodo lungo di dollaro debole, instabilità monetarie globali e tentazioni protezionistiche. La carenza di esportazioni rispetto alle importazioni significa indebolimento della competitività degli Usa, dove risorse e produttività sono concentrati in settori diversi da quelli importanti per il commercio internazionale. Il deficit rappresenta una carenza strutturale di risparmio privato e di disciplina del bilancio pubblico. Dal lato del suo finanziamento lo squilibrio corrisponde sempre meno a investimenti diretti e privati dall’estero e sempre più ad accumulo di dollari delle banche centrali asiatiche. Il mercato avverte la precarietà di tali entrate e la esaspera, come nei giorni scorsi su voci che la Corea avrebbe ridotto le riserve in dollari.

L’accumulo dei deficit fa crescere il debito estero degli Usa e gli interessi passivi che, a loro volta, peggiorano il deficit. Quando la ricchezza finanziaria lascia gli Usa la propensione a investirla in dollari diminuisce, indebolendo il cambio. La rivalutazione dell’euro droga i conti delle società Usa con rilevanti partecipazioni europee. Ma Wall Street sconta il rischio di fuga di capitali seguente un eventuale precipitare del cambio. Il mercato sa che la svalutazione del dollaro può essere ingente ma inefficace. Sa che è improbabile una stretta del bilancio pubblico Usa in sostegno del dollaro. Vede che la Fed corregge solo lentamente l’esagerata riduzione dei tassi di interesse degli anni scorsi. Ma il rischio che gli Usa siano costretti a rallentare bruscamente la crescita grava come la spada di Damocle sull’economia globale.

Le esportazioni americane aumenterebbero se l’Europa crescesse di più. Ma il ciclo europeo stenta a svegliarsi e contribuirebbe poco al riequilibrio americano. Anche perché diversi Paesi europei puntano più sulle esportazioni che sugli investimenti e sullo sviluppo dei servizi: sbagliando, perché all’Ue conviene concentrare risorse e produttività in senso opposto agli Usa, nei settori meno importanti per il commercio internazionale.

Resta l’Oriente, soprattutto la Cina, e la speranza che la rivalutazione del remimbi risolva il problema. Ma non è così: la crescita della Cina dipende meno dalle esportazioni di quel che si dice e l’avanzo con gli Usa è meno sensibile al cambio di quanto si pensa. Inoltre, se la Cina e i Paesi che sostengono il dollaro cessassero di farlo, l’euro si rivaluterebbe al punto da creare nuove difficoltà all’equilibrio globale.

Il problema del dollaro richiede cooperazione internazionale. Gli Usa devono convincersi che il costo dello squilibrio risulterà grave anche per loro e che la disciplina esterna è utile per superare le opposizioni al varo di provvedimenti correttivi. Occorre una nuova sede di concertazione macroeconomica, veloce e continuativa, dove l’Ue parli con una sola voce.

Né il Fmi né il G7 sono in grado di svolgere l’azione necessaria. Il punto di partenza dovrebbe essere una sede transatlantica da allargare poi al Giappone in una sorta di G3 macrofinanziario in seduta permanente. Solo un siffatto G3 avrebbe la capacità di dialogare credibilmente con una Cina che cresce in ricchezza e potenza e cambia sempre più rapidamente.

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