L’ EURO DEBOLE
CI FA BENE

1 Giugno 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Michele Pezzinga e’ lo strategist di CentroSim. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) –
La vittoria del no francese al referendum sulla Carta Europea non ha messo sotto pressione i mercati continentali; a parte la debolezza dell’euro, che potrebbe riflettere anche la sottostante frenata congiunturale dell’area e la prospettiva di tassi fermi al 2% ancora molto a lungo, sui bond come sulle Piazze azionarie la notizia, nonostante il risalto dei media, è passata quasi inosservata.

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Anzi, poiché l’indebolimento dell’euro è stato visto come una boccata d’ossigeno per la stentata crescita economica dell’area, alla fine le Borse, a cominciare da quella di Francoforte (+0,80% il DAX), ieri hanno imboccato la via del rialzo proprio grazie all’effetto cambio.

E’ vero, non eravamo tra quelli che si aspettavano reazioni di rilievo, eppure il no francese, e presumibilmente quello olandese, sollevano problemi strutturali di importanza tutt’altro che marginale. Almeno nel caso francese, la bocciatura poteva avere molteplici valenze, dal no ad un’apertura indiscriminata dell’Unione verso Est, alla bocciatura della politica economica del Governo, fino al rifiuto delle riforme pro-mercato necessarie per il rilancio dell’area, a partire proprio dalla Francia.

Sul tavolo c’erano implicitamente scelte importanti, sul pubblico impiego, i sussidi di disoccupazione, il deficit pubblico; materie di politica interna, ma con chiari riflessi anche sull’esterno, visto l’impatto previsto sulla competitività, che con ogni probabilità ora non riceverisposte adeguate e finiranno quindi per alimentare solo uno sterile e pericoloso protezionismo.

La questione appare sempre più scottante, dopo che la Cina ha deciso di reagire alla linea dura di Europa e USA, che hanno ripristinato quote all’import su numerosi capi di abbigliamento made in China, annullando l’aumento dei diritti doganali su molti di questi prodotti previsto a partire da domani. Non si trattava di una misura di impatto fondamentale, ma pur sempre di un tentativo di dialogo che se interrotto potrebbe portare a più serie guerre commerciali di cui nemmeno l’Occidente in questo momento avrebbe bisogno.

Per un Occidente che soffre la concorrenza cinese, ce n’è anche uno che già oggi trae grandi benefici da quella piattaforma produttiva a basso costo e, in prospettiva, ne ricaverà
altrettanti da quell’enorme mercato di sbocco.

Il cattivo esempio francese, in materia di occupazione e di rigore fiscale, visto che difficilmente si imporranno quei tagli al deficit pubblico necessari per mantenerlo sotto la soglia critica del 3% del PIL, non potrà certo stimolare un comportamento più virtuoso da parte di realtà come Germania e Italia. Dietro alla bocciatura dell’Europa c’è quindi il no ad un modello più liberista, sul mercato del lavoro come sul piano dell’intervento pubblico nell’economia, che farà proseliti nel resto del continente.

Ed è quindi indubbio che, almeno dal punto di vista dei mercati finanziari, uno stop a queste riforme non potrà che avere valenze negative, capaci di riflettersi sulla competitività aziendale e sulla dimensione dei disavanzi pubblici. Un qualche riflesso, almeno sulle Borse, sarebbe stato quindi da mettere in conto, e non è detto che non emerga più chiaramente nei prossimi giorni.

In ogni caso, non stiamo parlando di sostanziali cambiamenti di rotta: la debolezza dell’euro continuerà a sostenere le quotazioni azionarie, mentre i timori di una Banca Centrale più aggressiva sui tassi, a causa dell’effetto cambio e del minor rigore fiscale che si può desumere dalla scelta dell’elettorato francese, ci sembrano fuori luogo. La congiuntura resterà infatti su livelli critici e al più la BCE si potrà astenere da quei tagli dei tassi che la gravità della situazione, almeno in paesi come l’Italia, potrebbe semmai richiedere.

Quanto ai rischi di rottura del sistema euro, anche questi al momento appaiono del tutto prematuri ed infondati; solo qualche serio dubbio sull’ingresso della Turchia nell’UE e sull’allargamento dell’Unione Monetaria a Est ha ora più fondamento.

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