ITALIA SCHIZOFRENICA

26 Aprile 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – La crisi (extraparlamentare) che ha abbattuto il governo Berlusconi è stata una farsa da Prima Repubblica. Le consultazioni in Quirinale (inutili e ridicole) sono state un rito da Prima Repubblica. La «discontinuità», che dovrebbe caratterizzare il Berlusconi-bis dal primo Berlusconi-uno, è un concetto indefinibile da Prima Repubblica. La finzione che sia cambiato qualcosa affinché non cambi niente, è stata una ipocrisia da Prima Repubblica.

La compresenza di tre Costituzioni – quella del maggioritario, quella precedente del proporzionale, quella che istituisce il premierato, ancora davanti al Parlamento – è stata la prova dello stato confusionale in cui si trovano le istituzioni: la conferma che la Prima Repubblica non è ancora morta, che la Seconda è nata malata e che la Terza non si sa quando e se nascerà. Il solo tratto concreto di «discontinuità», rispetto al passato, è che i suoi alleati non vogliono più Berlusconi leader del centrodestra.

Il tratto di reale «continuità» col governo precedente è la comparsa, negli stessi giorni della crisi, della notizia che la liberalizzazione delle professioni è stata stralciata dal decreto sulla competitività. Con il sistema maggioritario, che prevedeva addirittura l’indicazione del nome del candidato Presidente del Consiglio nella scheda elettorale, sembrava che i partiti politici fossero diventati (finalmente!) quelle associazioni private che la stessa Costituzione prevede. Già un grande liberale dell’Ottocento, Marco Minghetti, aveva invocato l’uscita dei partiti dalla istituzioni.

Invece, la loro ri-occupazione delle istituzioni segna e disciplinerà, d’ora in poi, il processo di Restaurazione, dopo la brevissima parentesi della (modesta, modestissima) Rivoluzione politica che aveva dato vita al «bipolarismo frazionato» (in partiti e partitini). È il trionfo dei veti contrapposti che, durante la Prima Repubblica, impedendo ai governi di governare e al Parlamento di legiferare, erano costati al bilancio dello Stato il più colossale debito pubblico al mondo; veti contrapposti che hanno paralizzato la Seconda Repubblica e minacciano la nascita della Terza.

Sulla Politica, con la «P» maiuscola, è prevalsa la politica, con la «p» minuscola, cioè è prevalso il passato compromissorio sul presente e sul futuro riformisti. Ha vinto la «politica dei sondaggi» sulla «Politica delle decisioni». Gli ultimi sondaggi – confermando peraltro il trend di sempre dell’opinione pubblica – dicono che la grande maggioranza degli italiani è disposta a subordinare la libertà, il mercato, la competizione, vale a dire la modernizzazione del Paese, alla sicurezza, alla stabilità, all’assistenzialismo, vale a dire alla conservazione dello statu quo. «Quieta non movere», dicevano i latini. Non sembra sia cambiata di molto la mentalità degli italiani, compresi quelli che parlano anche inglese.

Fra questi ultimi, infatti, ci sono «due Italie» che, invece, le cose dovrebbero volerle far muovere. La prima Italia è quella immersa della crisi della Fiat, la cui grande industria – quella rimasta – si è rifugiata nel protezionismo tariffario e che è uscita dal circuito della competizione mondiale. È, tanto per essere chiari, l’Italia neo-corporativa della Confindustria, che si aspetta dallo Stato – quale ne sia il governo – sussidi e sovvenzioni. Della stessa prima Italia del Capitale fa parte la maggioranza del mondo del Lavoro.

Tanto per essere chiari, è l’Italia collettivistica delle Confederazioni sindacali, che si aspetta dallo Stato – quale ne sia il governo – il ritorno alla rigidità del mercato del lavoro e una maggiore espansione del welfare. C’è, poi, la seconda Italia, quella delle clientele pubbliche e private, che non è mai stata nel circuito della competizione mondiale e che non ha, almeno per ora, alcuna prospettiva di entrarci. Che cosa si aspetti dallo Stato questa seconda Italia è facile immaginare: assistenzialismo, assistenzialismo, assistenzialismo.

C’è, infine, una «terza Italia», assolutamente minoritaria, rappresentata dal Capitale produttivo inserito in Europa e nel circuito della competizione mondiale, che non ha le inclinazioni neo-corporative della Confindustria e aborra il collettivismo dei Sindacati, e che comprende altresì la parte del mondo del Lavoro più dinamica e flessibile. Questa Italia non chiede aiuti di nessun genere allo Stato, ma solo infrastrutture adeguate (strade agibili, ferrovie a alta velocità, porti attrezzati) al proprio modello di sviluppo e alle proprie ambizioni internazionali, una pubblica amministrazione snella e efficiente, un sistema fiscale meno oppressivo.

È l’Italia che esce ancora una volta mortificata dall’incapacità, o dalla mancanza di volontà, del resto del Paese e della sua classe politica di stare al passo con i tempi e con le nazioni politicamente, economicamente e socialmente più evolute. Diciamola, allora, tutta: gli italiani si sono abituati a vivere a spese della collettività e nessuno di loro è disposto a rinunciarci. Il governo, i partiti, gli uomini politici lo hanno capito e si sono adeguati.

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