Imprese: il 63% si indebita per pagare le tasse

25 Febbraio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Cinquecento miliardi di euro. E’ quanto hanno bruciato le imprese italiane negli ultimi quattro anni, dal 2009 al 2012, quando si è registrata una perdita media annua del fatturato pari all’11,1 per cento rispetto al dato del 2008. L’anno scorso, secondo le ultime pubblicazioni dell’Istat, le entrate delle aziende sono scese del 4,3 per cento rispetto all’anno precedente. Ma rispetto al 2008 il calo è stato ben più marcato, pari al 9,7 per cento.

La riduzione più pesante riguarda i ricavi nazionali, scesi mediamente del 12,6 per cento all’anno, mentre il fatturato estero è calato del 7,7 per cento. Nel 2008, ultimo anno in cui il fatturato ha registrato un incremento, la cifra raggiunta è stata superiore ai mille miliardi di euro. Ma negli ultimi anni, come risulta dalle ultime pubblicazioni dell’istituto di statistiche, l’andamento negativo dell’economia ha bloccato il fatturato, facendo perdere 485,5 miliardi in quattro anni.

La riduzione più marcata è avvenuta nel 2009, con un calo dei ricavi del 18,6 per cento, l’anno successivo invece il giro d’affari delle imprese si è ridotto del 10,7 per cento rispetto al 2008.

E nel 2011 si è registrato un calo meno marcato, pari al 5,6 per cento. Dall’elaborazione dei dati Istat emerge inoltre che perdite più consistenti, in termini percentuali, hanno interessato gli ordini arrivati alle imprese. Dal 2007, ultimo anno di crescita, hanno infatti registrato una riduzione media del 14,6 per cento l’anno.

I numeri dell’Istat sul fatturato delle imprese italiane sono soltanto l’ultimo dei dati diffusi negli ultimi giorni che confermano le difficoltà in cui si trova il Paese.

Tre aziende italiane su cinque sono costrette a chiedere prestiti in banca per pagare le tasse. E’ il risultato di uno studio condotto da Centro studi Unimpresa, l’organizzazione che rappresenta le piccole e medie imprese, che ha sottolineato un pesante inasprimento della pressione fiscale. In cima alla lista delle imposte che pesano di più sugli imprenditori c’è l’Imu, che ha obbligato le imprese a contrarre nuovi prestiti per quasi 4 miliardi di euro. I settori dove le aziende si indebitano di più per far fronte alle tasse sul mattone, secondo lo studio condotto su 130.000 aziende, sono gli operatori turistici, le piccole industrie e i supermercati.

Oltre 81.900 micro, piccole e medie imprese, il 63 per cento del totale, hanno quindi chiesto soldi alle banche per rispettare le scadenze fiscali. Oltre all’Imu, è l’Irap l’altra tassa che mette in difficoltà gli imprenditori, considerando che l’imposta regionale sulle attività produttive si paga anche quando i bilanci sono in perdita, dunque in assenza di utili. Tutto ciò genera un “triplo effetto negativo” sui conti e sulle prospettive di crescita delle aziende, come ha spiegato Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa.

“Il primo è l’apertura di linee di credito destinate a coprire le imposizioni fiscali invece di nuovi investimenti, che limita la natura stessa dell’attività di impresa”, ha spiegato il numero uno di Unimpresa. Il secondo problema sorge invece alla chiusura degli esercizi commerciali, quando “il valore degli immobili posti a garanzia dei prestiti fiscali va decurtato in proporzione al valore dell’ipoteca, con una consequenziale riduzione degli attivi di bilancio”. E il terzo guaio è relativo a “eventuali, altri finanziamenti per i quali l’impresa deve affrontare meno garanzie da presentare in banca e un rating più alto che fa inevitabilmente impennare i tassi di interesse”.

Il risultato della ricerca, secondo Longobardi, è la prova che “un sistema tributario troppo pesante si accanisce sulle imprese fino a portarle allo sfinimento, se non al fallimento”.

E attivare linee di credito per pagare le tasse significa quindi “dire la fine del sistema economico”. “Di fatto l’impresa si trova morsa in una tenaglia, con fisco e credito che tagliano le gambe e chiudono le porte del futuro”, ha concluso Longobardi, “e alla fine il conto arriva anche per lo Stato: un’impresa che annaspa diventa un contribuente meno generoso e pure il gettito tributario ne risente sia sul fronte dell’imposizione diretta sia su quello dell’imposizione indiretta”.

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