IL PARTITO DEL CAIMANO

29 Dicembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Il finale fosco del Caimano – la guerra civile per liberare l’Italia da Berlusconi – somiglia sempre più ad una profezia che si autorealizza. Una parte consistente della sinistra italiana, infatti, appare intenzionata ad usare qualsiasi mezzo a disposizione per impedire ogni tipo di accordo fra le opposizioni e la maggioranza, per bruciare i tentativi di soluzione politica alla tensione fra il presidente del Consiglio e una parte della magistratura, per sovvertire l’esito delle elezioni con un qualche “governo istituzionale”, e per isolare il Pd fino a stritolarlo, costringendolo ad accodarsi al correntone giustizialista. Alla guida di questo schieramento sfascista c’è, saldamente, Repubblica, oggi tornata convintamente scalfariana.

Il partito di Repubblica – il partito del Caimano – è assai ramificato, e i suoi esponenti sono noti a tutti: Travaglio e Il Fatto, Grillo, il “popolo viola”, quel che resta dei girotondi e del “popolo dei fax”, Di Pietro e il suo partito-azienda. Ma è naturalmente nel Pd il cuore del problema: perché il Pd, a poche settimane dalla conclusione del congresso e dall’elezione di Bersani, si ritrova con un capogruppo alla Camera (Franceschini) convintamente schierato dall’altra parte, con una presidente (Bindi) tentata di fare altrettanto, e con un fondatore (Veltroni) che del partito di Repubblica è la creatura meglio riuscita.

Deve essere chiaro un punto: lo scontro fra riformisti e giustizialisti non si può risolvere con un compromesso, e tanto meno con un organigramma. È uno scontro culturale prima ancora che politico, che segna il confine fra il pensiero liberale e le concezioni illiberali della politica, fra i custodi della tradizione democratica (dove lo scettro è sempre in mano al popolo) e i cantori del nuovismo tecnocratico (dove la ‘società civile’, gli economisti e i magistrati decidono per il bene di tutti).

Intendiamoci: i reati vanno perseguiti, gli uomini politici devono essere specchiati, la magistratura deve lavorare in piena indipendenza. Ma in Italia, dal ’92 a oggi, non è affatto andata così: i reati contro la pubblica amministrazione continuano a essere commessi, la corruzione è rimasta (o è tornata ad essere) più o meno la stessa di vent’anni fa, la politica continua ad essere oggetto di inchieste giudiziarie ad ogni livello, e la magistratura è profondamente divisa in correnti politiche e di pensiero contrastanti. Se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere che in questi diciassette anni due sole cose sono davvero cambiate: la magistratura non è (più) percepita come potere indipendente, ma è entrata a pieno titolo nell’agone politico; in compenso i partiti, cioè i luoghi della partecipazione democratica, non esistono più.

Sullo scontro fra i riformisti e il partito del Caimano si decide il futuro della sinistra, e dunque del Paese. Anche a destra c’è chi vorrebbe una bella spallata, anche a destra c’è chi applaude il finale del Caimano. Per questo le responsabilità della sinistra sono oggi enormi, e il tempo di Bersani è breve.