ECONOMIA USA, RITORNO
ALLA REALTA’

20 Aprile 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Sembra agli sgoccioli il periodo di relativa stabilità dei mercati finanziari, che aveva tra l’altro fatto sì che si fosse ridotta ai minimi storici per un lungo periodo di tempo la volatilità dei mercati azionari (ossia la misura delle variazioni degli indici). È quanto sembra indicare la correzione delle borse registrata di recente.

In pratica, questo scossone, invero finora di dimensioni molto ridotte, sembra aver tolto quel velo di ottimismo, non suffragato dai dati reali, propagandato da autorità politiche e monetarie, dalla stampa e dagli analisti finanziari. E infatti è «sorprendente» notare come siano svanite nel giro di pochi giorni le certezze sulla forza della crescita statunitense e le preoccupazioni di una resurrezione dell’inflazione e come addirittura i timori sulle conseguenze dell’aumento del prezzo del petrolio siano state repentinamente sostituite dalla paura che l’attuale ribasso del greggio rappresenti un’ulteriore conferma del forte rallentamento dell’economia mondiale.

E questo repentino mutamento d’umore è testimoniato dai mercati dei capitali, dove, e soprattutto negli Stati Uniti, i tassi a lungo termine hanno ripreso a scendere dopo un significativo rialzo, che alcuni prevedevano dovesse continuare a causa del diffondersi di aspettative di inflazione. C’è quindi da domandarsi se stiamo passando da un eccesso di ottimismo ad un eccesso di pessimismo. Molto probabilmente la risposta corretta è che stiamo assistendo ad un ritorno alla realtà.

O, se si vuole, ad una specie di «risveglio» che permette di osservare con freddezza le reali condizioni di salute dell’economia americana. Si teme che le famiglie americane, appesantite da un indebitamento senza precedenti, stiano riducendo i loro consumi, che finora hanno trainato l’intera economia mondiale. Si teme inoltre che il ridimensionamento dei consumi delle famiglie non venga compensato da un aumento degli investimenti aziendali.

In proposito, il campanello d’allarme è stato suonato dai deludenti risultati di IBM e di altre società che hanno risentito di una contrazione degli ordinativi. Si teme anche che un rallentamento della crescita americana non possa essere evitato da misure di politica monetaria né da misure fiscali, visto il crescente indebitamento dello stato federale; e neppure da un maggiore dinamismo di Europa e Giappone, le cui economie invece stanno già da tempo vistosamente rallentando.

Insomma, l’economia mondiale sta assistendo alla perdita di forza del motore statunitense senza poter intravvedere altre economie e altri paesi in grado di fungere da traino e con una situazione internazionale caratterizzata da squilibri insostenibili nel tempo, come quello rappresentato dal disavanzo estero degli Stati Uniti.

Quello che sta cominciando a delinearsi con sempre maggiore chiarezza è che siamo ancora nel bel mezzo del ciclo apertosi nel 2000 con il crollo delle borse, con l’emergere di forti sovracapacità produttive e con l’indebolimento della domanda dovuta alle ripercussioni sui livelli salariali e occupazionali dei paesi industrializzati della crescente apertura dei mercati.

Quindi, il boom che ha fatto sì che il 2004 fosse un anno di grande crescita dell’economia mondiale (la maggiore degli ultimi 25 anni) si basava sugli eccezionali tassi di crescita dei paesi emergenti e sull’espansione statunitense, che era però «drogata» da politiche monetarie e fiscali insostenibili nel tempo. Ora sembra avviato un lento ritorno alla realtà che inevitabilmente sarà chiamato a rimettere in discussione anche i principi su cui si è retta la politica economica degli ultimi anni.

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