DOPO S&P: LA CREDIBILITA’ PERDUTA

8 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Da New York a Londra gli addetti ai lavori ormai sapevano che sull’Italia incombeva il colpo di un “declassamento di affidabilità” come Paese-debitore, misura gravida di conseguenze politiche e di costi economici per tutto il Paese. Ma il momento preciso scelto dall’agenzia Standard&Poor’s per annunciare la sanzione è importante: l’Italia è ufficialmente scesa di rango sui mercati internazionali proprio mentre era in corso a Palazzo Chigi il vertice fra Berlusconi Fini e Follini.

La realtà dell’economia globale, con le sue regole e le sue durezze, ha fatto irruzione nel microcosmo della politica romana sconquassandone i cerimoniali. Mentre i tre leader erano rinchiusi in una stanza, nel mondo intero gli schermi dei computer rilanciavano il secco annuncio dell’agenzia Reuters: “È il primo declassamento di uno Stato sovrano nella zona euro”.

L’illusione di Berlusconi di giocare la partita della crisi politica entro un suo mondo virtuale, piegando i fatti e le cifre in una scenografia dove la comunicazione è tutto, si è urtata contro forze esterne molto più grandi di lui. Il declassamento finanziario del sistema-paese ha infilato nel mezzo della convulsa crisi politica questi messaggi chiari: la crisi dei conti pubblici italiani che s’intreccia con la crisi politica è cosa seria e non ha equivalenti nel resto d’Europa; le dimissioni di Tremonti e il caso-Monti hanno amplificato la percezione esterna di un paese allo sbando; l’interim di Berlusconi all’Economia precipita la perdita di credibilità internazionale privando il dicastero-chiave di una vera direzione nel momento più difficile; infine il deficit salirà ancora e ridurre le tasse è impossibile.

Così la perdita di “rating” ha dissipato istantaneamente l’equivoco su cui Berlusconi aveva giocato dopo il vertice dei ministri economici (Ecofin) di Bruxelles. No, l’Ecofin non ha salvato l’Italia, la sanzione dell’early warning è stata solo rinviata, i sorrisi davanti alle telecamere non possono eternamente mascherare la realtà che è la seguente: tocca a questa Italia subire il primo abbassamento di solvibilità mai imposto a un paese dell’Unione dalla nascita dell’euro (per la precisione dal 1999, anno in cui le monete nazionali cessarono di fluttuare e vennero agganciate per sempre all’euro).

I costi di quanto è accaduto ieri hanno consistenza materiale, non si misurano solo in credibilità perduta. I mercati già prima di ieri imponevano ai contribuenti italiani una tassa occulta: 19 punti di differenza nei rendimenti tra i Bot italiani e quelli tedeschi, un rincaro del debito pubblico che ogni italiano ripiana mese per mese pagando le tasse. Solo la Grecia ha un tale divario con la Germania sui mercati finanziari, ma è un paese entrato più tardi di noi nell’euro, e con un livello di sviluppo inferiore.

La sanzione Standard&Poor’s allarga ancora le distanze tra noi e l’Europa. Inoltre estende l’aggravio di interessi a tutto il sistema: obbligazioni emesse dagli enti locali, prestiti delle imprese, qualunque soggetto italiano che abbia bisogno di credito paga un sovrapprezzo per la diffidenza crescente dei mercati. E per fortuna l’euro attutisce in parte i danni per gli italiani.

All’epoca del primo governo Berlusconi, nel corso del 1994, per effetto della crisi di fiducia internazionale (che accomunò l’Italia al Messico) i tassi sui Btp decennali salirono dall’8,69% al 12,48%, l’inflazione salì del 6% (tre volte più che in Germania e Francia) e la lira ebbe una delle più gravi svalutazioni dentro lo Sme.

Nonostante che il mondo gli stia crollando intorno, Berlusconi sembra ancora isolato dall’impatto delle notizie. I più alti dirigenti del ministero dell’Economia non hanno avuto neppure una sua visita, nella giornata drammatica in cui l’Italia perdeva il suo status sui mercati internazionali.

Chiuso a Palazzo Chigi, il premier non viene raggiunto dai segnali di un economia globale e di una comunità del business che guarda con inquietudine e sospetto l’avvitarsi della crisi italiana. Ha gestito in modo incomprensibile la vicenda-Monti: prima Berlusconi ha lanciato il nome del commissario europeo – oggi senza dubbio il dirigente italiano più rispettato all’estero – come salvatore dell’economia nazionale nel dopo-Tremonti; poi si è appropriato del no di Monti come fosse una decisione sua; si è preso il ministero ad interim con una concentrazione di poteri da regime autocratico.

L’affanno e il caos di questa crisi politica tradiscono da una parte il delirio di onnipotenza del premier (in quale altra nazione del G-7 un primo ministro si sognerebbe di occupare anche l’Economia?). Dall’altra lo rivelano bloccato in una impasse ideologica: se non mantiene la promessa di ridurre le tasse contenuta nel suo “contratto con gli italiani”, Berlusconi sa che firmerà la fine del berlusconismo. Ma quel taglio di tasse non lo può fare. Se finge di farlo, in realtà lo preleverà in anticipo dalle stesse tasche degli italiani: con l’acconto di manovra che gli viene imposto dai vincoli esterni, con le tasse che Regioni e comuni dovranno alzare per compensare gli eventuali ed effimeri regali del governo centrale.

La nota di Standard&Poor’s che accompagna il declassamento di ieri non lascia margini di speranza. “Se i tagli fiscali saranno applicati senza un’adeguata riduzione delle spese, il deficit potrebbe salire fino al 4% nel 2005”. E ancora: per le entrate una tantum (il gioco favorito di Tremonti) “le opzioni disponibili sono esaurite”.

Anche l’illusione che l’Europa sia indulgente con noi perché altri hanno i conti in disordine, viene spazzata via. Certo anche Francia e Germania sforano il limite sul deficit. Ma l’intero dibattito sulla riforma del Patto di stabilità tende verso una soluzione: rendere più elastiche le norme sul deficit, in modo da allargare gli spazi di manovra per politiche keynesiane di rilancio della crescita, ma in compenso stringere il freno sui criteri del debito pubblico.

E l’Italia è il Paese che ha accumulato il debito pubblico più elevato (105% del Pil contro un limite-Maastricht del 60%), pericoloso e destabilizzante. È quel debito che la misura di declassamento di ieri rende ancor più costoso ri-finanziare.

Nella sanzione di Standard&Poor’s come nelle reazioni dei mercati si coglie perfino una sorta di nostalgia di Tremonti. La sua uscita – per come è avvenuta e per le ragioni vere che hanno spinto Berlusconi a cacciarlo – non è stata un bene. L’establishment internazionale ha capito perfettamente l’ambiguità del suo siluramento.

Era sì l’uomo della “finanza creativa” e dei buchi nascosti. Ma era anche quello che ha detto no al salvataggio dell’Alitalia finanziato dai contribuenti. Dietro Tremonti, e sfumata l’illusione di imbarcare Monti, c’è in agguato un ceto politico nostalgico di Casse del Mezzogiorno, pronto a scatenare l’assalto alla diligenza con una spesa pubblica pre-elettorale.

Se Berlusconi capisse quanto pesa sul futuro dell’Italia il giudizio dell’establishment internazionale, nominerebbe entro oggi un Superministro dell’Economia. Straccerebbe la promessa di ridurre le tasse, ma conserverebbe la parte migliore di Tremonti: la forza di dire no alle orde fameliche dei notabili, di fare argine contro il riflusso di dirigismo e assistenzialismo e lottizzazione.

Lo sceglierebbe autorevole, gli darebbe ampi poteri, e una missione: riportare l’Italia entro i binari e i vincoli dell’economia globale. Ma il contatto con quella realtà sembra ormai perduto da molto tempo.

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