DMT, UN IPO POCO CONVINCENTE

11 Giugno 2004, di Redazione Wall Street Italia

* Fabrizio Tedeschi e´ editorialista di Panorama Economy. Consulente di grandi banche e gruppi finanziari, per otto anni e´ stato responsabile della Divisione Intermediari della Consob a Milano.

(WSI) – E’ un’estate calda quella di Piazza Affari: ritornano le matricole ed è
un buon segno di vitalità. Il mercato comincia ad archiviare i danni
della bolla speculativa e finalmente guarda avanti. Rimangono però i
problemi di sempre, quelli strutturali, quasi impossibili da eliminare,
almeno in apparenza. È il caso di Digital Multimedia Technologies (Dmt)
che opera nel settore delle reti televisive e analogiche.

Leggendo il
prospetto informativo scopriamo che è molto indebitata col sistema
bancario (il rapporto tra patrimonio e indebitamento finanziario netto è
0,4), al punto che le azioni delle controllate sono a pegno, la politica
di distribuzione dei dividendi deve essere approvata dalle banche, gli
stessi investimenti e acquisizioni di un certo livello devono passare
dall’approvazione degli istituti di credito finanziatori.

Le banche si
ritengono garantite dalla figura del presidente e azionista di controllo
Alessandro Falciai e si riservano di revocare i propri
finanziamenti qualora Falciai smetta di fare il manager e scenda sotto
il 30%. Un autentico diritto di veto. Non occorrono valutazioni
approfondite di corporate governance per scoprire che una società in
questa situazione non può godere di una gestione indipendente, anzi la
gestione sarà di fatto bloccata e sotto il controllo di soggetti
formalmente estranei alla società: le banche finanziatrici. Una
pericolosa commistione tra sistema bancario e industria.

Il tutto è poi
condito da un enorme ed effettivo conflitto d’interessi, che viene
correttamente denunciato nel prospetto, ma che rende l’operazione opaca
e non brillante, come avrebbe potuto essere. I due gruppi bancari
collocatori (Ubm, gruppo Unicredit, ed Efibanca) si trovano anche nella
posizione di principali finanziatori della società (Unicredit Banca
d’Impresa è esposta per 28,9 milioni ed Efibanca per 10 milioni) e sono
pure imparentati con i fondi e le altre entità venditori delle azioni.

Sotto l’aspetto formale non c’è nulla da obiettare, perché tutto è stato
dichiarato nel prospetto. Ma nel sottoscrittore delle azioni resta il
sospetto che l’operazione abbia lo scopo di alleggerire la posizione
debitoria nei confronti delle banche finanziatrici e collocatrici al
tempo stesso.

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