CLASS ACTION
ALL’ AMATRICIANA

13 Febbraio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – «Class action», finita la pacchia? Parrebbe. In America queste azioni consentono di fare un’unica causa quando i danneggiati sono così tanti che sarebbe impossibile avere l’adesione di tutti prima di cominciare. Succede allora che alcuni di essi, organizzati da studi legali specializzati – chi non ricorda la Erin Brockovich di Julia Roberts nel film omonimo? – si proclamino rappresentanti di tutti quelli (la «classe») che hanno subito il medesimo danno. Una corte stabilisce che la causa è ricevibile e l’azione può partire. Si tratta di casi per lo più riguardanti la responsabilità per prodotti difettosi, per medicine dannose, per disservizi e così via. Clamorosa la transazione dei fabbricanti di sigarette nel 1998, per 206 miliardi di dollari pagati in 46 Stati americani.

Tutto bene, dunque, al punto da adottare anche da noi, come vorrebbe qualcuno, questo strumento di (apparente) democrazia giudiziaria? A quanto pare le cose stanno diversamente, tanto che a Washington il Senato ha approvato, giovedì scorso, un progetto di legge che limita drasticamente la possibilità di iniziare questo genere di cause.

«Negli scorsi decenni – si legge nelle premesse della nuova legge – lo strumento della class action ha dato luogo a degli abusi che hanno danneggiato sia i richiedenti sia le parti convenute, pregiudicando la stima del pubblico verso il sistema giudiziario. I richiedenti spesso ricevono un esiguo o inesistente vantaggio e anzi qualche volta subiscono un danno, dato che agli avvocati sono liquidati grandi compensi, lasciando agli aderenti alla classe piccole somme o dei coupons di nessun valore».

Con le nuove regole non sarà più possibile che una class action di valore superiore ai 5 milioni di dollari sia intentata davanti a una delle tante piccole corti dei singoli Stati, dovendosi rivolgere, invece, a una corte federale (sono 13 in tutto). Ma così, hanno obiettato le associazioni dei consumatori, si finirà davanti a giudici che avranno meno «simpatia» per iniziative del genere. Però si otterrà una giurisprudenza più equilibrata, ribattono i sostenitori del cambiamento, e si migliorerà il commercio fra Stato e Stato, che oggi è influenzato dall’inceretezza sugli orientamenti di questa o di quella corte statuale.

L’accesso alla corte federale sarà più difficile (almeno un terzo dei danneggiati deve risiedere nel medesimo Stato, altrimenti niente azione) e sarà più complicato transigere in cambio, anziché di denaro, di coupons che diano soltanto il diritto a ricevere beni o prestazioni aventi valore pro capite irrisorio. Feroci limitazioni sono state introdotte, infine, per tagliare le unghie agli avvocati. Basta, si dice, con le parcelle milionarie e con risarcimenti irrisori.

Il cambiamento di rotta dovrebbe indurre a cautela i nostri affrettati sostenitori della class action all’amatriciana, anche perché ogni volta che si è cercato di trapiantare in Italia modelli processuali nati in altri sistemi giuridici la reazione di rigetto ha finito col procurare guai peggiori del sollievo immaginato. Pensiamo ai riti speciali del processo penale, come il giudizio abbreviato e il patteggiamento. Risolvono una minoranza di casi (il 16% contro più del 90% in Usa) e la logica premiale finisce per creare sentenze assai discutibili, come quella che ha dimezzato, in appello, la pena di 30 anni inflitta in primo grado all’uccisore di una giovane studentessa.

Del resto, se la vita dei pendolari in treno è così dura, se la sorte dei piccoli risparmiatori è così amara, se le cure mediche sono tardive, se basta uno sciopero di quattro gatti a Bormio per ridicolizzare il paese, la risposta deve essere politica e non giudiziaria. E prima delle opinabili azioni di massa vengono i diritti del singolo cittadino, che oggi un sistema processuale iniquo e arruffone non tutela nelle aule civili e neppure in quelle penali. A questo, cioè a migliorare la risposta alla domanda di giustizia da parte dei più deboli, dovrebbe aspirare il ministro della Giustizia, invece di cedere alla quotidiana tentazione del VistaVision mediatico, padano Kirk Douglas, nelle stanche repliche della Sfida all’O.K. Corral.

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