BERLUSCA METTE IN CONTO UNA SCONFITTA

5 Maggio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Tra poco si aprirà formalmente quella campagna elettorale in pratica già in atto da mesi. Se la coalizione di centro-sinistra (forse dando prova di eccessiva sicurezza) confida in un successo, il centro-destra sembra aver messo in conto una netta sconfitta. Berlusconi ha compiuto una scelta precisa: politicizzare e personalizzare al massimo la campagna elettorale. Pertanto, il Cavaliere ha puntato all’essenziale: pochissima attenzione alle elezioni comunali e provinciali, date per perse in partenza.

Necessariamente saranno le elezioni europee – le sole di segno politico – a tenere banco, e lo faranno non tanto sulle questioni – importantissime ma poco sentite – riguardanti l’Unione. Sarà la politica interna ad entrare prepotentemente nella campagna per il voto europeo. E ciò peserà inevitabilmente nella valutazione del risultato, anche perché il meccanismo elettorale (l’ultimo sopravvissuto in senso strettamente proporzionale) consentirà di giudicare le performance non solo delle coalizioni, ma dei singoli partiti.

La Casa delle libertà si presenta all’appuntamento con grosse tensioni al proprio interno che potrebbero aggravarsi nel caso di una batosta elettorale. Berlusconi si spenderà in prima persona. Così, anche se il premier, in caso di insuccesso, non intenderà seguire l’esempio di Massimo D’Alema e passare la mano, il contraccolpo sarà ugualmente forte per la maggioranza e il governo.

Anche ammesso che l’esecutivo regga e che la maggioranza non vada in frantumi (l’anno prossimo è attesa la prova ancor più difficile delle elezioni regionali: nel 2000 anticiparono la vittoria del centro-destra, l’anno dopo; nel 2005 possono preluderne la sconfitta), Berlusconi dovrà riorganizzare la sua coalizione per la consultazione politica del 2006. Se non sarà in grado di invertire la tendenza, il centro-destra si avvia a subire un insuccesso di proporzioni storiche, rischiando di essere accantonato per molto tempo come forza di alternativa e ricambio.
Finirebbe, così, per essere vanificato anche quel minimo di modernizzazione del quadro politico che il sistema bipolare (insieme a tanti difetti) ha consentito nell’ultimo decennio.

Dove ha sbagliato la Casa delle libertà e come può recuperare da adesso al 2006? Di errori tattici ne sono stati commessi tanti: in particolare da parte di Forza Italia. Quando un partito rinuncia ad una dialettica democratica e si affida totalmente al pensiero unico di un capo carismatico (come nella Prima Repubblica il Psi fece con Bettino Craxi) capita sovente che, quando il leader perde il fiuto politico, il partito stesso lo segue in un inesorabile declino.

Ma il limite fondamentale della Casa delle libertà è stato e rimane un altro. Il centro-destra, nel 2001, ha raccolto i voti dei settori estranei all’establishment tradizionale (il quale tiene insieme i poteri forti, la grande impresa, i sindacati, le corporazioni professionali), ma non è riuscito a trasformarli in un blocco sociale diverso e nuovo. Alla prova dei fatti, il governo si è messo a rincorrere i ceti difesi dalla sinistra, come se il compito di una coalizione non fosse quello di premiare quanti la hanno votata, ma coloro che non la voteranno mai.

Il governo aveva promesso una riduzione della pressione fiscale a favore dei ceti medi, ma si è lasciato trascinare dalla sua vocazione populista, dando priorità al miglioramento delle pensioni minime e alla no tax area. Certo, per alleggerire la pressione fiscale sarebbe stato (ed è) necessario intervenire sulla spesa pubblica corrente, a cominciare dalle pensioni e dal welfare. Ma la maggioranza ha scelto di difendere, fino a tutto il 2007, i trattamenti di anzianità con il medesimo zelo dei sindacati.

Nel caso del finanziamento della sanità pubblica, si è superato quel 6% del Pil che la sinistra ha inseguito come obiettivo fin dal 1978 (l’anno dell’istituzione del Servizio sanitario nazionale). Senza evitare, però, gli scioperi dei medici o le proteste delle Regioni. Il governo ha archiviato le privatizzazioni, ha fatto comunella con Francia e Germania, in sede europea, per aprire la crisi del patto di stabilità, ha criticato l’euro che pure ha risparmiato al paese rischi terribili.

Quanto al lavoro atipico (come non ricordare i discorsi sui titolari di partite Iva?), il governo ha diritto di vantarsi della legge Biagi. Ma quel provvedimento (peraltro assai apprezzato in sede europea ed internazionale) rischia di essere uno dei pochi importati successi e insieme un autogol. Si tratta di un pezzo decisivo della riforma del mercato del lavoro, ma che agisce solo su di una parte di esso. Si sarebbe dovuta avvertire, allora, la crescente insofferenza dei giovani nei confronti di una condizione permanente di precarietà che li lascia, senza speranza, fuori della cittadella dei diritti.

Il problema non si risolve – come vorrebbe una parte della sinistra – negando le esigenze di flessibilità del sistema produttivo e dei servizi. Ma neppure rinunciando a creare (ecco a cosa poteva servire la riforma dell’articolo 18 dello statuto) un conflitto d’interessi tra la parte tutelata del mondo del lavoro e quella condannata a restare nel limbo, fino a quando non si avrà il coraggio di individuare un nuovo comune denominatore nel campo dei diritti sociali, necessariamente fondato su di una logica redistributiva.

Populista, mollaccione, piacione nei primi tre anni di vita, il governo ha una sola chance per rimediare. Dire e fare, finalmente, qualcosa di destra.

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